
L’anniversario del ballottaggio che incoronò nuovamente Re Gambino cadrà esattamente il 9 giugno. Ma possiamo anticiparne il succo, ovvero il brevissimo riassunto. Un anno e più non è uno scherzo. Può renderti diverso. Un anno è la fotografia. Di te stesso che vai via. E alla fine, che doveva essere all’inizio, Gambino è andato via per davvero. Non sarà al via della prossima competizione, deve scontare il secondo turno di stop. A giugno scorso, lui certamente sapeva dello stop, si dice non tutti gli alleati sapessero ma il non sapere appare giustificazione minima. Al primo turno Gambino fece solo un boccone di Bottone, che per una mangiata di voti evitò la sconfitta secca per perdere quindici giorni dopo al ballottaggio in maniera netta. Poi, il buio. Passate le eccessive feste, nel giorno stesso della proclamazione a sindaco, arrivò la notizia dell’incandidabilità. Fu un eccesso anche quella proclamazione, fermarla avrebbe evitato mesi di attesa. Invece Gambino si insediò, scelse uomini e donne, si presentò in Auditorium da parole in libertà, tra segretari che andavano e venivano.
Passano i mesi, arriva l’ultima sentenza. Gambino non si oppone e va a casa. Sessa diventa facente funzione. Si capisce subito che il percorso sarà in salita. Un evento negativo dietro l’altro. La Lega esce dalla maggioranza, il consigliere politico Bonaduce diventa oggetto di pesante scontro, l’ala donofriana della coalizione si mette di traverso, sedute di giunta roventi con dimissioni di assessori, dichiarazione di dissesto, dimissioni della Sessa in avvio dell’emergenza Covid, arrivo dei commissari, il primo si mette subito in malattia e occorrono i sub. Il consiglio è ancora in carica ma va a casa quando, tra divisioni ormai inarrestabili e numeri minimi di una non meglio identificata maggioranza, non approva il rendiconto 2018. E’ accaduto davvero o l’abbiamo sognato, si chiederebbe qualche scettico in blu. Purtroppo per Pagani quest’anno è andato proprio così.