
Dopo i no in serie di Verona, Napoli, Forlì, Trapani, la Legabasket ha deciso di abbassare il telefono. La ricerca della diciottesima squadra per la Serie A 2020-2021 si ferma qui. Perché queste società, e altre (Ravenna, Udine, Scafati), hanno detto no. In A ci andremo, magari, ma con le nostre gambe. Se non è il caos, è almeno un caso, apparentemente singolare, ma con ramificazioni profonde e spiegazioni complesse.
Per coprire il vuoto lasciato da Pistoia, Legabasket aveva stilato un ranking di ripescaggio con le società di A2 posizionate sulla base di vari criteri: quello sportivo (punti fatti nell’ultimo campionato) si combina ad altri fattori, tra i quali quello organizzativo, quello finanziario, il posizionamento geografico (sono favorite le società di regioni senza altre squadre in A), palazzetto, assenza di lodi o pendenze passate. In una parola: affidabilità. Iniziano i sondaggi: Verona, il nome più caldo, dice no. Al quinto no, la ricerca si interrompe.
Essenzialmente sono economiche le ragioni dei no, ma non solo: il passaggio dalla A2 alla A comporta un cambiamento di status per i giocatori, che da dilettanti divengono professionisti. Di conseguenza aumentano notevolmente i costi in fatto di previdenza e tassazione: da 1,8 milioni totali per la A2 si passa a 3,5 milioni per la A, solo in contributi e tasse. Un salasso insostenibile per club spaventati dalla possibilità di fare solo da comparsa in A.