
“C’è la parola adatta, perchè non la dobbiamo usare?”. “…E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole che dico io metto il senso e il valore delle cose che sono dentro di me ; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sè, del mondo che egli ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!
Eduardo De Filippo e Luigi Pirandello sono due autentiche anime sacre che aleggiano sempre quando si parla di Teatro, ma, più in generale, di arte. Due vanti del nostro Paese, che continuano a portare avanti le loro opere, al di là del tempo passato. Ebbene, queste due anime, questi due modi di creare la magia della scrittura e della recitazione, si sono incontrate in una commedia scritta proprio da entrambi nel 1935: “L’abito nuovo”.
Appartenente al filone della ‘Cantata dei giorni pari’, “L’Abito nuovo” rappresenta un
adattamento di una novella dello stesso autore siciliano dal titolo omonimo. La prima
rappresentazione, avvenuta a Milano al Teatro Manzoni il 1º aprile 1937, pochi mesi dopo la morte di Pirandello, ebbe un’accoglienza tiepida: Peppino De Filippo, profondamente avverso all’abbandono della drammaturgia napoletana in favore di adattamenti di opere altrui, criticò aspramente la scelta drammaturgica del fratello, sebbene figurasse nel ruolo di Concettino Minutolo.
Il ricordo di Eduardo di quei 15 giorni di scrittura con Pirandello. “Una sera – ricorda Eduardo – recitavo la commedia ‘Chi è più felice di me’. In un palco di prima
fila c’era Luigi Pirandello. Vennero di corsa nel mio camerino per dirmi ‘C’è il maestro in Teatro’. Fecero molto male. Non si dice mai a un attore che c’è un grande personaggio in teatro. Quest’attore perde la carica. Si costruisce una volontà superiore a quello che dev’essere, perché per rendere il massimo di quello deve rendere dev’essere stanco. Se non è stanco non rende”.
“Quella sera – prosegue – io misi tutta la mia forza per recitare quella parte. Recitavo per una sola persona. Per lui. Per Pirandello. E mentre recitavo pensavo ‘Forse sto esagerando, forse sto recitando male la mia parte. Forse dopo il primo atto questo personaggio lascerà il Teatro’. E per tutti questi motivi, proprio dopo il primo atto me ne tornai in camerino amareggiato, ma due colpi alla porta mi avvertirono: ‘C’è il maestro, Luigi Pirandello’. E mi apparve questo enorme personaggio. Finalmente conobbi quello che per anni avevo ammirato. Cui per anni avevo desiderato stringere la mano”.
“Si mostrò generosissimo negli apprezzamenti e mi invitò a cena. Lì – afferma – presi coraggio e gli dissi: ‘Maestro perché non scrivete una commedia per noi’. Lui rispose: ‘Ma io non posso scrivere in dialetto napoletano. Scriviamola insieme’. Gli dissi di aver letto una sua novella, L’abito nuovo. Mi disse di dover partire per l’America per un giro di conferenze. Che al ritorno avrebbe portato la trama e per dialogarla ci saremmo visti insieme”.
“Il giorno del suo arrivo, per 15 giorni a Roma, mi recai a via Bosio per la stesura della commedia. Pirandello – sottolinea – aveva già fatto tutta la trama e così di fronte a lui, allo stesso tavolo, io dialogavo la commedia in dialetto. Sotto la sua dettatura. Lui in lingua o in siciliano e io in napoletano. Finimmo con l’essere collaborativi. Qualche volta io dicevo ‘No questo non va, mi sembra un po’ troppo aspro’. Venivo da un teatro un po’ umoristico, macchiettistico. E la sua esasperazione mi appariva un po’ sgradevole in certi momenti e non glielo nascondevo. Lui accettava questi miei consigli e io me ne sentivo orgoglioso”.