
L’opera More Sweetly Play the Dance di William Kentridge, è un viaggio emozionale nei valori, nei tormenti, nelle contraddizioni e nelle potenzialità dell’umanità. Lo scenario dell’antico arsenale di Amalfi, una sorta di grotta dell’anima, fino al 2 dicembre, ospita un’installazione di valore universale: sullo sfondo di un paesaggio, realizzato in carboncino, che si srotola su 8 schermi per 40 metri di lunghezza, si susseguono figure in cammino. A dimensione e grandezza umana, come ombre senza volto ma dal contorno ben delineato, camminano in processioni, danze o marce accompagnate e ritmate dalla musica di un’orchestra di ottoni sudafricana. Musicisti, migranti, segretarie, politici, scheletri e malati attaccati a flebo, ballerini e officianti di processioni sono i protagonisti che si spostano in questi quaranta metri di lunghezza. E come non c’è processione senza osservatori, così lo spettatore diventa punto privilegiato che completa l’opera.
STORIA DI UNA PROCESSIONE-FESTA-MANIFESTAZIONE
Questa video installazione, sorta di ‘fregio’ in movimento, (cifra di molte opere di Kantdridge), racconta della vita, e del suo contrario, delle sue contraddizioni nei gesti di ognuno dei tanti personaggi che, come compaiono sullo schermo, scompaiono nel nulla dopo aver attraversato l’anima dello spettatore. Ottenendo reazioni diverse. Le sequenze ritmate sono processioni, danze, manifestazioni, marce politiche e di rivalsa a cui ognuno degli spettatori presenti prende parte, ritrovando il valore sociale del camminare condiviso. Condividere paure e ansie, sostener bandiere, roteare nello spazio, trasportare volti della storia del passato in un fluire fluido e sempre ritmato, dà vita a una sorta di processione carnevalesca. La guerra, la schiavitù, la pesantezza sociale, l’esternare del comizio politico, l’attività alla scrivania della segretaria, la danza o la processione con grosse maschere-figure del passato, raccontano volti della densità sociale odierna. Il passaggio di tre scheletri fa eco alla lotta dei malati attaccati alle flebo, come la morte fa da contraltare alla condivisione di malattie-epidemie. Una ritualità apotropaica e di denuncia, che smaschera aspetti del reale, ma ne neutralizza la irrimediabilità. Ogni spettatore dalla sua collocazione coglie dettagli diversi, vive l’esperienza in maniera soggettiva, perché quelle ombre animate, nel loro incedere, hanno e manifestano tutta l’impermanenza del corpo nel fluire nello spazio. Chiude la sequenza di possibili sguardi il passo danzato in punta di piedi di una donna, trasportata su una pedana tirata da tre uomini. Contrappone alla leggiadria della sua danza la pesantezza del fucile nella sua mano. Il peso della storia e la ricerca di un’alternativa.
L’OPERA RACCONTATA DA KENTRIDGE
Realizzata con intersezioni di tecniche di disegno e di animazione, More Sweetly Play the Dance è un’opera del 2015, realizzata, come racconta lo stesso Kendtrige, in occasione dell’epidemia di Ebola. Presentata allora all’Eye film Institute di Amsterdam. Con grande attualità, casualmente, viene riproposta proprio ora in un mondo in pandemia, lo stesso che impedisce a Kentrdge di venire in Europa. Opera trasportabile, riproponibile, racconto lo aiuta a riparlare, in un contesto diverso, della precarietà della vita e dell’importanza della ritmica comunione nella processione. Un’azione collettiva contro tutte le ansie dell’indeterminatezza a cui la vita è associata, oggi forse un po’ in più di ieri. Come racconta Kentridge nel video pubblicato sopra e realizzato in occasione della presentazione ad Amalfi.
Sa di magico il suo rimando alla ‘danza della morte’ nella doppia accezione delineata. Il monito del ‘memento mori’ (ricorda che devi morire) livella le differenze sociali con fregi in cui uno scheletro balla con papa, nobili, mercanti, bambini e adulti. La forza ed energia della danza ha una funzione protettiva, scaccia e allontana la morte.
“C’è qualcosa in relazione all’immagine della danza, – racconta Kentridge nella diretta realizzata in conferenza stampa – del respiro affannoso, del sudore, del calore, della prossimità, dell’erotismo che si ricollega con il significato del sentirsi vivi, dell’essere umani. Questa opera possiede entrambi gli elementi: consapevolezza della morte, ma anche resistenza [ad essa]”.
NEGLI ARSENALI
Un ulteriore valore è il luogo scelto per l’installazione. L’Arsenale di Amalfi, centro nevralgico per una città marinara, nel 1968 è stato scenario di una mostra, storica e fondamentale per la storia dell’arte contemporanea, voluta da Marcello e Lia Rumma: Arte Povera più Azioni Povere, curata da Celant. Ed è proprio Lia Rumma che ha voluto portare Kendtrige nello stesso luogo di Amalfi e ricordare Marcello Rumma, che ha segnato la storia dell’arte contemporanea. Questo evento è parte del più complesso progetto di cui rappresenta il terzo tassello. Amalfi e oltre, promosso da Regione Campania, Comune di Amalfi e attuato dalla Scabec. Inaugurato nel 2019 con il convegno Progettare la Memoria: Strategie del digitale realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno, ha avuto come secondo step la mostra al Madre di Napoli I sei anni di Marcello Rumma 1965-1970.
Lo scenario degli Arsenali è carico, dunque, di un senso e di un significato profondo. Dà un ulteriore spessore e valore all’operazione e di conseguenza all’opera.
Il video a cui rimandiamo qui sotto, ripropone l’installazione del 2015. Ma l’opera di Kentridge ha bisogno di uno spettatore attivo, che contribuisce a completarla nella percezione soggettiva e totalizzante. Tutto dipende, da chi osserva, da dove è seduto, da quali personaggi o immagini risuonano con più forza. Vederla sullo schermo di un computer non potrà mai sostituire l’esperienza nell’Arsenale di Amalfi.