
Nocera non l’ha mai dimenticato, il contributo dato per ripristinare l’ordine e la legalità, da carabiniere vero, Gennaro Niglio lo dette alla grande nella fase più cruenta della lotta alla camorra, anzi alle camorre. Sulla sua morte per incidente stradale, ci sono stati sempre molti dubbi, a distanza di 16 anni quei dubbi riemergono con prepotenza.
Parla il pentito Riggio, si indaga sull’incidente d’auto del 2004. Il pentito che viene ascoltato dai pm di Caltanissetta ha acceso i riflettori sulla morte del comandante della Regione Sicilia, avvenuta sull’autostrada Catania-Palermo. “L’ho saputo dall’ex poliziotto Peluso”.
«Il generale Gennario Niglio fu ucciso». Sono parole prorompenti quelle pronunciate dal collaboratore di giustizia siciliano Pietro Riggio ai pm di Caltanissetta. Secondo il pentito, dunque, l’ufficiale dell’Arma morto a causa di un incidente stradale il 9 maggio del 2004 e molto amato in Calabria, in realtà non morì per un mero sinistro stradale lungo l’autostrada Catania-Palermo, ma per una strategia omicida ben pianificata.
Pietro Riggio, come riporta Repubblica, ha riferito ai pm di aver appreso da Giovanni Peluso, in passato agente di polizia in odore di servizi segreti deviati che «il generale dei carabinieri, Gennaro Niglio, morto in un incidente stradale, in realtà era stato ucciso. Era un uomo rigoroso, Niglio. Stava accertando i rapporti opachi tra alcuni appartenenti all’Arma e personaggi politici».
Sulla base delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia, che sta fornendo elementi assai interessanti anche in merito ad altre vicende oscure degli anni ’90, i pubblici ministeri hanno dato incarico alla Squadra mobile nissena, diretta da Marzia Giustolisi, di tornare ad indagare sulle circostanze in cui avvenne l’incidente.
È un fiume in piena Pietro Riggio, l’ex boss che sta parlando con i pm di Caltanissetta delle confidenze ricevute da Giovanni Peluso, un tempo agente di polizia legato ad ambienti dei servizi deviati. «Mi disse che il generale dei carabinieri Gennaro Niglio, morto in un incidente stradale, era stato in realtà ucciso. Era un uomo rigoroso, Niglio. Stava accertando i rapporti opachi tra alcuni appartenenti all’Arma e personaggi politici». L’allora comandante della Regione Sicilia morì il 9 maggio 2004, tredici giorni prima l’auto su cui viaggiava con l’autista, lungo la Catania-Palermo, era uscita fuori strada all’altezza di Resuttano: non ci fu nulla da fare, nonostante due interventi chirurgici.
Adesso, il procuratore aggiunto Gabriele Paci e il sostituto Pasquale Pacifico hanno incaricato la squadra mobile nissena diretta da Marzia Giustolisi di acquisire documentazione su quell’incidente. È emerso che anni fa un medico napoletano in prima linea nella battaglia per la Terra dei fuochi aveva espresso dubbi su quando accaduto: «Sono stato avvisato dal boss Carmine Schiavone di stare particolarmente attento ad incidenti stradali — disse ai magistrati — come già capitato ad un altro mio referente ed amico: Gennaro Niglio».

Più di recente, il generale in pensione Nicolò Gebbia ha citato Niglio deponendo davanti ai magistrati dell’inchiesta “Trattativa Stato-mafia”: «Poco prima che morisse – ha spiegato – avevo dato al generale un mio appunto in cui si parlava di indagini su Provenzano e Messina Denaro, indagini che non avevo potuto portare a termine. Attraverso un mio confidente avevo pure individuato l’infermiere che curava Bernardo Provenzano». Gebbia ha evocato uno scontro all’interno dell’Arma attorno alle indagini sui latitanti.
Di certo c’è solo che Gennaro Niglio era uno straordinario investigatore, che si era occupato prima di camorra, poi di mafia. Un ufficiale di grande carisma. Riggio parla genericamente di «alcuni rapporti opachi» che l’allora comandante della Regione Sicilia stava accertando «tra alcuni appartenenti all’Arma e personaggi politici». Quelli erano i giorni dell’inchiesta della procura di Palermo sulle “talpe” al palazzo di giustizia: nel novembre del 2003, erano stati arrestati l’imprenditore Michele Aiello, il “re mida” della sanità privata siciliana in rapporti con il boss Bernardo Provenzano, e poi il maresciallo del Ros Giorgio Riolo, il mago delle intercettazioni che passava ad Aiello notizie riservate. Nel febbraio del 2004, saltò fuori il coinvolgimento del presidente della Regione Totò Cuffaro, e poi del maresciallo deputato Antonio Borzacchelli (l’unico ad essere stato poi assolto al termine di una lunga stagione giudiziaria).
Nei giorni scorsi, Riggio è stato ascoltato anche nel processo d’appello per la “Trattativa Stato-mafia”. Mentre i pubblici ministeri di Caltanissetta continuano a cercare riscontri alle sue dichiarazioni, che hanno già aperto un nuovo filone d’indagine soprattutto sulla strage di Capaci. Quel Peluso fonte della sue notizie gli avrebbe detto di essere stato a Palermo nei giorni dell’attentato a Falcone, non si comprende bene per fare cosa. L’ex poliziotto è finito indagato per concorso in strage.
Riggio, boss nisseno con un passato da agente della penitenziaria, ha raccontato pure che Peluso faceva parte di una struttura dei Servizi per la ricerca dei latitanti.