
Incassata la maggioranza assoluta e scontata alla Camera, la vera partita si giocava sul Senato. E’ andata così: il governo Conte ha raccolto una maggioranza semplice, non 161 da assoluta. Alla fine i voti favorevoli sono stati 156: Pd, 5 Stelle, Leu, qualcuno del Misto, due dissociati di Forza Italia, i tre senatori a vita presenti Cattaneo, Monti, Segre (assenti invece Napolitano, Piano e Rubbia), gli ammessi con ritardo al voto tramite particolare VAR (l’ex 5 Stelle Ciampolillo e il socialista-renziano tormentato Nencini). Domani sarebbe opportuno da parte di Conte una salita al Quirinale per un colloquio con Mattarella, visto che sulla carta i voti al massimo sarebbero 157 (causa covid oggi era assente il salernitano pentastellato Castiello). Formalmente, il governo può andare avanti grazie alle astensioni e alle assenze studiate dall’aula del gruppo renziano. Ma con numeri del genere, non si governa, si va sotto nelle fondamentali commissioni. Parlare di elezioni prima della Primavera 2022 equivale a Tafazzi che colpisce i suoi coglioni: l’emergenza pandemica e il semestre bianco sono ostacoli altissimi. Ma per garantirsi almeno un altro anno di governo, con l’eventuale Conte ter, c’è bisogno di ricucire lo strappo con Renzi (con poltrone eccellenti concesse) e di guarda alla poca parte restante liberale dei berlusconiani in cerca di nuovi orizzonti. Terzium non datur.