
Il cinema Augusteo era sporco, era trucido e maleodorante perché erano così tutti quei giorni, o almeno io così li ricordo. Era la fine degli anni ’70, era Saturday Night Fever, ma noi non ballavamo.Tra bastoni e pistole, contestazioni e cortei, noi più ragazzi assistevamo allo sfacelo di quel decennio.
Poi arrivò Franco, lassù sul palco e tutti ricordiamo quei giorni come quelli dell’Era del cinghiale bianco.
Tra gli spettatori anche gli adulti, molti adulti, magari di un intervallo tra una scazzottata e un’altra a piazza Malta ce n’era bisogno. Cantò bene, Franco e ne fui felice. Non sapevo chi fosse e come mi ritrovavo là in mezzo non lo ricordo. La curiosità è stata sempre la mia bici, il mio monopattino, l’auto, l’aereo. Sì, anche l’aereo. Preso dalle mie corse sui campi di pallone, di Franco nel frattempo non seppi molto: cosa faceva, cosa cantava;
Fu così, all’improvviso, che mentre ero sulla fascia a fare un cross, seguendo la direzione della palla scorsi un palco in mezzo al campo. A sera ci sarebbe stato Franco a cantare proprio sul campo che solcavo da un po’, di domenica in domenica: il Simonetta Lamberti. Il palco di fatto fu montato davanti ai distinti e così in quel concerto anziché trovare la miriade di tifosi, a guardare in quella direzione trovai lui, solo, a cantare.
Fu tutto un Cuccuruccucu del pubblico.
Lui divertito, magari anche fuori contesto: “A 39 anni faccio ballare dei ragazzini? Ma sì!” dovette pensare.
Palese, infatti, la differenza tra il pubblico dell’Augusteo, solamente cinque anni prima, e questo di cui ero adesso contornato.
Ma erano gli anni ’80, era l’elettronica, era il bello tutto e comunque; e brutto, per i più, non ce ne poteva essere.
Sì, in certi decenni la generazione di turno può mettere il cervello a riposo e anche chi avrebbe dovuto suonare la sveglia per quei tempi maldestri… “ma sì Cuccuriamo anche noi!” dovettero imporsi.
Restava il fatto che Franco era in mezzo a noi, in mezzo a tutti gli amici. Canzone, stereo, auto; abbracci, baci e amori: consumati, sognati, stracciati di pianto. Ma Amori.
A Venezia è stata l’ultima volta che l’ho visto live.
Ci andavano i miei compagni di squadra in macchina da Bologna e volli andarci io in aereo da Napoli.
Era giusto non mancare.
Fu una festa ed era giusto stare in mezzo ai miei compagni senza pallone finalmente.
Era tutto giusto: il viaggio, l’adrenalina, Venezia, la laguna ed era Giusto anche Pio.
Sul palco questo anziano maestro di musica che dirigeva l’orchestra e di tanto in tanto manovrava il suo violino, era la ciliegina sulla torta di quel concerto. Tre live, dieci ellepì, lo studio dei tuoi versi che mi ha dato la consapevolezza che le canzoni possono essere anche altissime, nonostante questa nostra difficile lingua e oggi la tristezza del tuo addio alle scene, al mondo a noi.
Grazie per quello che hai fatto. Diventeranno canti tutte le parole urlate.
Potremo finalmente riprenderci la nostra eredità. Ritroveremo i nostri nomi e sapremo chi siamo per davvero. Rifaremo i nostri vecchi passi, quelli ingenui e migliori.