
Non sopportavamo l’idea di dover restare a Trezzano sul Naviglio da soli per il secondo Natale consecutivo, specialmente adesso che potevamo tornare nella nostra amata terra, vaccinati con tre dosi e con un mezzo di locomozione privato.
Il Natale 2020 lo ricorderemo come il più triste della nostra esistenza, soli, in terra straniera, senza alcuna voglia di festeggiare o brindare e quello del 2021 non poteva essere uguale.
Mia sorella, mia madre, i miei figli ed io stessa ardevamo dalla voglia di poter mangiare allo stesso tavolo, come ai vecchi tempi, non dico in maniera sconsiderata, ma tra pochi intimi che per coscienza ci avrebbero tutelato e protetto dall’odiato virus.
Così il 24 e il 25 dicembre ci siamo scambiati auguri, abbiamo giocato a tombola e al mio amato scopone scientifico, in cui puntualmente vinco ogni partita, pur con compagni scarsi. Sì è riso, mangiato e bevuto allegramente, pur mantenendo alta la guardia. Ma non è stato sufficiente: son bastate un paio di teenagers alle prese con le prime cotte e i con i primi baci a contagiare l’intera famiglia, compresa la sottoscritta. Come l’hai preso il Covid? Con tre dosi? Quando hai fatto il tampone? Molecolare o antigenico? Dove?
Le code in farmacia interminabili, le attese snervanti al drive trough per poi sentirsi dire: sono finiti i tamponi, lo stress e l’ansia che quasi diventavano pentimento: era meglio se ce ne stavano in Lombardia.
Asintomatica, vaccinata il più possibile, l’avevo scampata a Milano nelle varie zone rosse, al lavoro, sui mezzi pubblici, ma adesso ero risultata positiva al virus e per di più aspettavo un bambino, il terzo in realtà.
Scelta coraggiosa, per molti spregiudicata e sconsiderata, in un periodo assurdo in cui niente era bello come un tempo, ma forse proprio per questo fortemente auspicata, unica fonte di speranza, una buona notizia finalmente!
D’altra parte la nascita di un figlio è sempre la gioia più grande, l’emozione più inspiegabile, il dono più prezioso da sperimentare su questa misera terra, con un valore ancora più significativo adesso.
Per di più del parere altrui non mi è mai interessato un granché, quindi che parlassero come avevano sempre fatto: le persone mediocri ed insoddisfatte erano fatte per giudicare e spettegolare.
Ma torniamo alla mia reclusione: iniziava la trafila lunga dell’isolamento, dell’incompetenza di medici e dirigenti, di coordinatori e addetti ai lavori, di telefonate dell’ Usca mai pervenute, dei favori chiesti a destra e a manca da dover ricambiare. La parte brutta del Sud mi si riproponeva con tutta la sua forza bruta.
Quattordici giorni dall’inizio della reclusione, frustrazione alle stelle, gesti carini di amici o sollecitati da parte mia, ore intere sui social, qualche rara passeggiata nel mio orto, crisi di pianto, sensazione d’intrappolamento e d’impotenza, a volte persino gesti di violenza incontrollata.
Ci trovavamo in trappola: ero a casa mia ma mi sentivo in galera. Le amiche viste da lontano, al di là del cancello o al telefono, messaggi sui social di gente che neppure conoscevi, curiosa o impaurita, più fastidiosa che altro.
Dopo quattordici giorni e tre tamponi all’attivo, uno negativo e già due positivi, ero in attesa di un quarto: i miei nervi erano stati messi a dura prova: volevo scappare e cambiare aria ma nello stesso tempo restare a casa mia, con la mia mamma e i miei figli e mio marito, alla spasmodica ricerca della negativizzazione generale.
Insomma non sapevo neppure io cosa volessi realmente: sensazioni contrastanti e indecifrabili, sbalzi d’umore non sempre giustificabili o riconducibili all’aumento del progesterone gravidico: ne sarei uscita provata, questo era certo e probabilmente il meglio o il peggio non era ancora venuto.
Di sicuro nella mia condizione si erano trovati in tanti e in tanti ancora se la sarebbero dovuta vedere con il Covid e gli effetti nefasti ad esso correlati.
Annalisa Capaldo