
“Un’osservazione ancora sul tema caldo dei “partigiani”. E sulle pressioni ostili piovute sull’ANPI da chi ricordava i lanci alleati a favore delle formazioni combattenti con l’insistente domanda se anche quelli fossero “sbagliati”. Purtroppo l’uso propagandistico della storia è diventato un brutto vezzo mediatico, giocato sulla cancellazione delle specificità di contesto e sull’eticizzazione simbolica di fatti storici tra loro diversi ricondotti a un unico, semplificato, effetto emotivo.
Ma in questo caso l’arbitrarietà dell’operazione risulta più evidente. Intanto perché la Resistenza in tutta l’Europa occidentale si è inserita nell’ambito di un conflitto che già da tempo aveva acquisito carattere mondiale e totale, all’interno del quale le opportunità di vittoria di uno e dell’altro campo erano in relativo equilibrio. La possibilità che l’insorgenza di un conflitto “civile” accanto a quello militare-regolare facesse deflagrare ulteriormente su scala maggiore la guerra, o che addirittura ne ritardasse un esito negoziale, era escluso; come pure il carattere meramente sacrificale-testimoniale della partecipazione volontaria alla lotta partigiana. Condizioni tutte abissalmente diverse – anzi opposte – rispetto a quelle del conflitto attuale.
Aggiungerei che l’afflusso di armi alle formazioni combattenti “dall’esterno” – i tanto citati “lanci”, appunto – ha avuto, nell’economia della Resistenza italiana un peso secondario: le armi i partigiani se le procurarono soprattutto raccogliendo quelle abbandonate dal regio esercito all’8 settembre, quando i reparti si sciolsero seminando armi e bagagli; e subito dopo attaccando “caposaldi nemici” – come si canta in “Oltre il ponte” –, disarmando distaccamenti fascisti, stazioni dei carabinieri, convogli in transito. Solo più tardi, e con molte remore e parsimonia (si pensi alla parentesi seguita al “proclama Alexander” che invitava i partigiani a tornarsene a casa), gli alleati, in particolare gli inglesi, e in forme spesso selettive (le formazioni garibaldine ne erano spesso escluse), incominciarono i rifornimenti, che tuttavia ebbero sempre un peso specifico relativo: negli ultimi quattro mesi di guerra, quelli che precedettero il 25 aprile e in cui si ebbe il picco massimo dei rifornimenti, furono paracadutate in tutto 666 tonnellate di “armi e munizioni” (in una tonnellata ci stanno una cinquantina di fucili con dotazione di un migliaio di colpi l’uno, oppure una decina di mitragliatrici, o ancora 5 o 6 mortai con relativo munizionamento molto molto contato). Una minima parte dell’armamento necessario a mettere in campo i 200.000 uomini che si calcola costituissero nel punto di massimo sviluppo l’esercito di liberazione”.
