
Cara mamma,
la lontananza è un mostro che divora le mie viscere e non mi permette di respirare; è come se una tempesta di sabbia mi tappasse la gola e il naso.
Tanti altri figli e numerose figlie vivono lontano dai propri genitori, magari soffrendo, ma riuscendo a starne distanti, a fare finta che i chilometri non siano un baratro insopportabile.
Io invece non tollero l’idea di ritrovarmi orfana e di perdermi gli ultimi anni della tua vita, né tantomeno di starti lontana nel bisogno, fisico o mentale. Proprio non ci riesco e in verità non ci sono mai riuscita.
Quando papà era ammalato, fin dall’inizio, ho rinunziato ad incarichi lavorativi fuori regione, qualcuno anche fuori dalla penisola, taluni allettanti, perché qualche competenza ce l’ho anch’io, un minimo spessore culturale l’ho acquisito sin da giovane. Non me ne sono mai pentita. Per me valeva e vale tuttora più il tempo passato vicino a chi amo, che la carriera, il matrimonio, persino me stessa. Sono scelte, priorità.
Mamma, sto trattenendo il respiro da quattro anni, ho raggiunto un obiettivo, da sola, con sacrifici e lacrime amare il cui sapore conosco solo io, facendo scelte che neppure tu forse capirai mai, come quella di avere un figlio in età geriatrica e con patologie pregresse.
Pur di tornare a casa, pur di non perdermi i tuoi ultimi anni, farei di tutto e so che non me ne pentirò neppure stavolta; non voglio sentire da nessuna persona al mondo che sto sbagliando, che i miei progetti sono scorretti.
Tu sei una roccia, io invece un pezzo di pane friabile che da te non ho ereditato neppure una briciola, una molecola, tanto che persino nelle difficoltà più insormontabili sei tu a darmi coraggio e di questo oggi pure mi vergogno.
Ti prometto però che stavolta sarò almeno all’altezza di essere considerata tua figlia, degna figlia di cotanta madre, non dosteuggendomi, né facendo del male ad altri.
La rabbia, l’odio, la tristezza, l’ingiustizia, la cattiveria lasceranno il posto alla speranza.
Tua figlia
Annalisa Capaldo