
Partono in teoria da sponde quasi opposte ma in realtà convergono, l’assist alla convergenza è arrivato dalle nostre parti dall’esito delle recentissime elezioni amministrative. Parentesi canora con dedica: Sei radical chic. Ti piacciono i libri strani. E tipi un po’ cheap. I concerti indie. E l’MD nei drink. Le auto un po’ vintage. Che san di Arbre Magique. Non sai neanche tu perché sei radical chic (citazione Il Pagante).
Si è formato, dalle nostre parti nocerine, attraverso Sua Maestà Social uno schieramento radical chic, composto da due fronti.
Il primo: quelli che volevano cambiare il mondo col permesso di papà, quelli che preferiscono le sponsorizzate facebook ai siti on line per promuovere la campagna elettorale, quelli che ai confronti vogliono sapere in anticipo le domande, quelli che non gradiscono domande su urbanistica e bilancio definendole troppo tecniche, quelli che se il popolo preferisse di nuovo Barabba a Cristo non obietterebbero (allo stesso modo farebbero per l’ endorsement a loro favore di un noto ex sindaco di destra che interviene magari per motivi di famiglia), quelli che portano lo stesso cognome del sacco edilizio anni sessanta, quelli che “o con noi o contro di noi”. Il secondo: quelli che da giovani si recavano in processione presso Renzo e Beniamino, quelli che partono sparati con la denuncia del voto inquinato ma non arrivano alle conclusioni, quelli abituati agli applausi della borghesia liceale ma anche del circolo sociale e del rotary, quelli che fanno pubblicità della beneficenza. Come si è arrivati a tale saldatura radical chic ? Il motivo di fondo è la presunzione non di voler cambiare il mondo (è troppo per almeno uno dei due fronti) ma quella di definire i vincitori come i peggiori: la democrazia, secondo noi, continua ad essere il male minore, soprattutto rispetto alle oligarchie culturali (esistono in città ?) e a quelle di censo (qui il punto interrogativo possiamo ometterlo) . Preferiamo la peggiore democrazia alla migliore oligarchia, nessuno si offenda per carità.