
Per economia reale si intendono le imprese, le merci da esse prodotti, i terreni, gli immobili e tutti gli altri beni connessi alla produzione nonché i fornitori di servizi. All’interno dell’economia reale, le imprese ricercano risorse per effettuare i propri investimenti produttivi in attrezzature, tecnologie e risorse umane,
L’economia finanziaria è l’ambito economico che comprende i mercati finanziari e tutti gli strumenti negoziati negli stessi, come ad esempio le azioni, le obbligazioni, i titoli di Stato, gli strumenti di liquidità, gli OICR e i derivati. All’interno dei mercati finanziari, gli investitori ricercano opportunità per ottenere un rendimento.
Queste due diverse realtà sono legate in modo concreto: i mercati finanziari forniscono all’economia reale risorse che verranno utilizzate per gli investimenti in attività commerciali e/o di produzione di beni e servizi. Queste risorse torneranno poi nell’economia finanziaria in un secondo momento, attraverso la restituzione del capitale prestato e il pagamento degli interessi.
Entrambe le controparti beneficiano di questa relazione: l’economia reale ottiene il supporto necessario alla creazione di valore e di innovazione, mentre la finanza ottiene il rendimento cercato, costituito appunto dagli interessi sui prestiti erogati.
In questi ultimi anni il disallineamento tra il valore dell’economia reale e i prezzi degli strumenti quotati sui mercati finanziari si è progressivamente allargato, per motivi tanto intrinsechi quanto legati a elementi esterni.
Pesa innanzitutto il diverso modo in cui le due realtà stabiliscono il valore delle proprie grandezze di riferimento. Gli indicatori relativi dell’economia reale fanno riferimento a eventi realizzati, e si basano su beni e servizi materiali e immateriali prodotti – pensiamo al fatturato di una impresa, o al Pil, misurati su base annua o semestrale, ad esempio.
I prezzi degli strumenti finanziari, invece, incorporano al proprio interno le aspettative future degli operatori: sui mercati azionari si acquistano infatti titoli nella convinzione che il loro prezzo futuro possa salire o, viceversa, si vendono i titoli di cui ci si aspetta un calo del prezzo, senza considerare poi la possibilità di utilizzare strumenti derivati, come ad esempio le opzioni.
Il disallineamento nasce proprio a causa di queste aspettative, a volte eccessive rispetto agli effettivi valori sottostanti – i cosiddetti “fondamentali”, che in ultima analisi corrispondono ai valori effettivi dell’economia reale.
Un indicatore molto utilizzato per verificare l’eventuale disallineamento tra prezzo azionario e fondamentali, ovvero tra economa finanziaria ed economia reale, è il cosiddetto “Buffett Indicator”, ideato nel 2001 da Warren Buffett. Il Buffett Indicator rapporta la capitalizzazione del mercato finanziario (per gli USA, questo valore è dato dal Wilshire5000 Total Market Index, indice del valore di tutte le azioni quotate sul mercato americano) con il PIL, indicatore per eccellenza dell’economia reale. Il Buffett Indicator ha toccato il suo massimo storico nel novembre 2021, con un valore pari a 215%, valore che suggerisce la necessità di un ritorno a investimenti meno speculativi e più concreti, a sostegno della crescita delle imprese, l’unica componente in grado di generare un effettivo valore di lungo periodo.
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