
Quello che noi siamo oggi è frutto di una lenta costruzione ed è il risultato, non solo della nostra storia individuale, ma anche di quella della nostra famiglia, della nostra città e della nostra civiltà. La nostra identità si fonda sulla memoria di ciò che siamo stati, e per conoscere noi stessi dobbiamo esplorare le nostre radici. Ricordare equivale a gettare un ponte tra passato e presente ma spesso, purtroppo, non è sufficiente pensare ai momenti già vissuti per rievocarne l’intensità perché, con il trascorrere del tempo, il loro ricordo sbiadisce. Vi sono però situazioni straordinariamente evocatrici, un profumo, un sapore, una musica che, quando meno ce l’aspettiamo, riportare improvvisamente alla luce tutto un mondo sepolto nella mente. È una sorta di memoria involontaria che scatta generalmente in conseguenza di stimoli sensoriali e in un attimo ci rimanda ad atmosfere conosciute restituendocene la profondità. In queste occasioni la divisione tra passato e presente non è più cosi netta: essi si confondono e li avvertiamo fusi in un unico tempo interiore, diverso per ognuno di noi e, soprattutto, diverso dal tempo convenzionale scandito dagli orologi.
Proust La Madeleine, è una delle pagine più celebri del romanzo “Alla ricerca del tempo perduto” in essa troviamo spigato e semplificato il procedimento della memoria involontaria. Racconta di un ragazzino che assapora una tazza di the nella quale è inzuppato un dolce molto particolare, “corto e gonfio”, egli dice, che si chiama “madeleine”. Quest’esperienza, che è del tutto insignificante, lo porta in uno stato di felicità e quasi di estasi che egli tenta di comprendere. Cerca di far questo gustandone una seconda sorsata, ma in quel momento la sensazione si arresta. Il ragazzino si pone di nuovo delle domande sulla sua sensazione. Questo mi sembra il percorso di ogni esperienza di scrittura: tentare di passare dalla sensazione alla parola, trovare il significato della sensazione. Il protagonista vuole scoprire per questo ricordo lo rende così felice, ma facendolo troverà nel ricordo qualcosa che avvierà una faticosa ricomposizione della sua esistenza e della sua identità. Alla ricerca del tempo perduto è un ciclo di sette romanzi: dalla parte di Swann, All’ombra delle fanciulle in fiore (che vinse il premio Goncourt nel 1919), I Guermantes, Sodoma e Gomorra, e infine, usciti postumi, La prigioniera, Albertine scomparsa, il tempo ritrovato. In questi romanzi non esiste una vera e propria trama e non è possibile farne un riassunto. Compare un io narrante l’autore stesso che tenta di sottrarre all’oblio l’enorme deposito di ricordi della sua vita. Egli rievoca la sua infanzia, i luoghi di villeggiatura, gli anni giovanili, la vita mondana, i viaggi e gli amori, infine la maturità e la malattia. Ne risulta un quadro interessante della buona società francese durante la Belle époque, l’epoca compresa ta la fine dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale. Il ritmo della narrazione è lento e dilatato, e al centro dell’attenzione vi è sempre il tempo, con il suo incessante fluire, che il narratore cerca di catturare affinché non venga “perduto”.
Marcel Proust proviene da una famiglia della buona borghesia parigina, fin dalla prima gioventù ebbe modo di frequentare i numerosi salotti e i gruppi intellettuali della capitale, dimostrando un precoce talento per la letteratura. Dopo il servizio militare si iscrisse ai corsi universitari di diritti e scienze politiche e iniziò a collaborare con testate giornalistiche, pubblicando i suoi primi racconti (1 piaceri e i giorni, 1896) e lavorando a un romanzo autobiografico pubblicato postumo con il titolo Jean Santeuil. Allo scoppio del caso Dreyfus (un capitano ebreo condannato ingiustamente per spionaggio), che metteva in luce l’antisemitismo degli ambienti militari, si schierò al fianco degli intellettuali democratici che chiedevano la riapertura del processo. La dissoluzione degli schemi narrativi del romanzo naturalista e decadente trova il suo apice in Francia con “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust. Alla base del capolavoro emerge una domanda: Cosa ha valore nella nostra esperienza umana? La riposta si trova alla fine della ricerca ed è La vera vita è la letteratura. Non la letteratura naturalista che offre solo rappresentazioni fredde e immobili della realtà, ma una letteratura che sia ricerca della “Verità” e non della “Realtá”, ovvero una realtà più profonda che tenga conto della nostra Interiorità e del suo mutare nel tempo. Questo, tuttavia, non è un libro di memorie. Proust infatti distingue tra due memorie 1.Memoria volontaria: quella che agisce nel momento in cui recuperiamo con un preciso atto della volontà il passato inteso come un insieme di eventi e oggetti strutturati in senso logico-razionale. 2. Memoria involontaria: è quella che consente la restituzione del ricordo completo del suo valore soggettivo e quindi emotivo. Essa agisce su sollecitazione sensoriale. In queste “epifanie” improvvise emergono delle verità nascoste ed il passato torna intatto. È il tempo ritrovato che il narratore traduce in scrittura e in letteratura. In tutto ciò è evidente la lezione di Baudelaire e dei simbolisti francesi sulle corrispondenze analogiche tra le cose(si tratta dell’utilizzo di un linguaggio specifico e raffinato accessibile solamente ad un elite) e l’insegnamento di Bergson relativo al tempo(la durata rappresenta l’essenza stessa della temporalità). La memoria involontaria fa continuamente passare il protagonista dal presente al passato e viceversa. A volte un breve atto viene dilatato nella narrazione per l’importanza che ha nell’interno della coscienza del protagonista oppure le vicende di anni interi vengono raccontate in poche righe.