
Da quando l’uomo ha fatto la sua comparsa sulla terra, ha capito che era meglio vivere in gruppo. Vivendo in gruppo, l’uomo è riuscito a sopravvivere e ha potuto soddisfare i propri bisogni in particolare quello concernente la nutrizione che non poteva soddisfare da solo. Il gruppo, dunque, ha l’obiettivo di migliorare la sopravvivenza dell’individuo. Le risorse di cibo di un territorio, tuttavia, non potevano soddisfare sempre le esigenze di tutta la comunità, perciò la ricerca di cibo portò alla divisione delle prime comunità in gruppi sempre più piccoli che per sopravvivere si spostavano in continuazione. Questa migrazione biologica condusse l’uomo a espandersi con tempi e modi diversi su tutta la terra. Questi primi gruppi sociali di cacciatori-raccoglitori fondamentalmente erano dei predatori che vivevano di un’economia costituita dalla caccia e dalla raccolta (animali e piante così come si trovano in natura), e di nomadismo, cioè la necessità seguire gli animali e cercare piante commestibili. Il passaggio di un gruppo sociale formato da cacciatori-raccoglitori a quello formato da agricoltori-pastori costituisce un cambiamento decisivo dello sviluppo umano. Infatti, gli agricoltori-pastori vivevano di un’economia agricola e pastorale, cioè di piante e animali prodotti dall’uomo che ha determinato i fondamenti della moderna società, cioè la stabilizzazione su un territorio e la produzione del cibo. Questo passaggio storico ebbe inizio durante l’ultimo periodo della preistoria chiamato Neolitico, circa diecimila anni fa, dove questi gruppi sociali dediti all’agricoltura e alla pastorizia intervenivano attivamente nella definizione degli equilibri ambientali.
In questo periodo, infatti, l’uomo non si nutre più depredando ciò he trova in natura, piuttosto prepara il proprio cibo servendosi non solo del fuoco, che trasforma i prodotti base dell’alimentazione, ma anche di un’elaborata tecnologia che si esprime nelle pratiche della cucina. Il consumo del cibo da parte dell’uomo non è, del pari, esente da implicazioni culturali, poiché l’essere umano, pur essendo onnivoro, sceglie il proprio cibo alla luce di un criterio che tiene conto anche del valore simbolico acquisito dalla sostanza nutritiva e che, pertanto, non può essere descritto in termini esclusivamente economici. L’identità umana è quindi, per certi aspetti, definita anche attraverso la cultura del cibo che l’uomo stesso costruisce e gestisce avendo imparato a produrre le sostanze nutritive attraverso le pratiche dell’agricoltura, in ciò distinguendosi dagli altri animali che piuttosto consumano le risorse disponibili in natura. L’agricoltura, infatti, sebbene sia, oggi e a seguito della rivoluzione industriale, tradizionalmente considerata attività strettamente collegata alla Natura, debba, invece, essere compresa come un’attività che ha consentito all’uomo di separarsi dal mondo degli animali selvatici poiché la domesticazione delle piante e degli animali ha mitigato il rapporto di totale dipendenza dalle risorse naturali che per lungo tempo ha caratterizzato l’esistenza umana. Le società umane elaborano l’idea di un uomo che si distingue dagli altri animali anche perché elabora artificialmente il proprio cibo: il pane, ad esempio, svolge non solo una funzione nutritiva ma assume anche una valenza simbolica poiché, essendo il risultato di una sofisticata tecnologia che prevede operazioni complesse, simboleggia l’uscita dallo stato bestiale e la conquista della civiltà. Il nutrimento è ricompreso nell’insieme dei simboli che costituiscono il sistema culturale proprio di un gruppo il quale stabilisce un codice di condotta alimentare che non solo privilegia certi elementi vietandone altri, bensì anche distingue ciò che è lecito da ciò che non lo è. Il passaggio da una società di cacciatori-raccoglitori a quella economica-produttiva, dunque, costituisce un cambiamento decisivo dello sviluppo umano. Questo passaggio storico ebbe inizio durante l’ultimo periodo della preistoria chiamato Neolitico. Infatti, nel Paleolitico e Mesolitico le prime società umane erano costituite essenzialmente da cacciatori –raccoglitori che dipendevano semplicemente dalle risorse naturali, ma in seguito, cioè nel Neolitico, si affermarono gruppi sociali dediti all’agricoltura e alla pastorizia che intervenivano attivamente nella definizione degli equilibri ambientali. Già, ma come e chi ha determinato l’invenzione dell’agricoltura? Molto probabilmente come tutte le grandi idee anche l’agricoltura fu un’intuizione casuale. Nel Neolitico erano compiti delle donne cercare, raccogliere e portare all’accampamento i frutti selvatici, le erbe, le radici commestibili, che nascevano spontaneamente sul terreno, e che uniti alla carne e al latte costituivano l’alimentazione della tribù. Gli storici pensano che durante la preparazione del cibo, alcuni semi fossero caduti vicino all’accampamento e da questi, poi, fossero nate delle piantine, prima che l’associazione seme-piante fosse compresa dalle donne, passarono molti anni, finché non si resero conto che quelle piantine potevano essere seminate in un campo e così i semi a disposizione aumentavano. Non era più necessario spostarsi, anzi era quasi impossibile, perché bisognava controllare le piante, proteggerle dagli animali selvatici e da quelli domestici che potevano mangiarle, ma anche bagnare regolarmente il terreno.
L’agricoltura iniziò a svilupparsi negli altipiani del Vicino e Medio Oriente (Mesopotamia settentrionale, Anatolia sud-orientale, Palestina), la cosiddetta Mezzaluna fertile. Le prime piante coltivate furono l’orzo, il miglio, il grano. In seguito l’agricoltura compare in altre regioni della Terra: 9000 anni fa in Asia (Cina, India, Indonesia), dove si mise a coltivazione soprattutto il riso; 8000 anni fa in America (Messico e Ande settentrionali), dove si coltivarono mais e patate. L’invenzione dell’agricoltura non fu opera di una sola persona, ma il risultato delle esperienze e delle osservazioni di più generazioni. Tuttavia, una cosa è quasi certa: l’agricoltura fu un’invenzione della donna, pertanto, se si dovesse innalzare una statua al primo agricoltore, questo dovrebbe avere il volto di una donna.