
Gianni Minà nel corso della presentazione del suo libro "Così va il mondo" al centro sociale "Scugnizzo liberato", Napoli 31 maggio 2017. ANSA/CESARE ABBATE
È morto Gianni Minà, giornalista, scrittore e conduttore televisivo scomparso dopo una breve malattia cardiaca, come riporta la sua pagina su Facebook. «Non è stato mai lasciato solo – scrivono i suoi collaboratori – ed è stato circondato dall’amore della sua famiglia e dei suoi amici più cari». Minà aveva 84 anni. Nato a Torino, aveva iniziato la sua carriera giornalistica nel 1959 a Tuttosport, di cui è stato direttore dal 1996 al 1998. Il suo esordio in Rai è stato nel 1960, quando ha iniziato a fare il collaboratore dei servizi sportivi per le Olimpiadi di Roma. Cinque anni dopo aveva esordito nel mitico programma sportivo Sprint diretto da Maurizio Barendson. Minà cominciò a realizzare i suoi indimenticabili reportage e documentari curando rubriche che hanno segnato per sempre il linguaggio giornalistico della Tv, come i suoi servizi per Tv7, Az, Un fatto come e perché, i servizi spiciali del Tg, Dribbling, Odeon, Gulliver e Tutto quanto fa spettacolo. Tra le sue memorabili interviste c’è stata quella a Fidel Castro nel 1987, oltre che Dalai Lama a Federico Fellini, a Jane Fonda, a Franco Battiato, a Massimo Troisi e Pino Daniele. Con Diego Armando Maradona e Pelè aveva un rapporto fortissimo. È diventata un’icona la foto, tra le altre, che lo ritraeva sorridente a cena a Roma con Muhammad Ali, Sergio Leone, Robert De Niro e Gabriel García Marquez.
“Mi hanno sempre attratto – raccontava – persone capaci di andare controcorrente, anche a costo dell’isolamento, della solitudine. Persone capaci di raccontare storie, di mostrare visioni altre. E inevitabilmente hanno acceso la mia curiosità, perché, come diceva il mio amico Eduardo Galeano, capace di raccontare la storia dell’America Latina attraverso racconti ironici e apparentemente non importanti, fatti di cronaca, ‘il cammino si fa andando’, non sai mai dove queste storie ti possano portare. È il bello della vita, tutto sommato”. Dai personaggi incontrati, spiegava, aveva imparato ad “esercitare il pensiero critico, anzi, il pensiero complesso, e a respirare la libertà di essere come si è, mostrando soprattutto la propria fragilità”. E l’incontro più bello, diceva, era stato “quello con Muhammad Alì, il più grande di tutti, perché ha rotto un sistema, una cultura. All’inizio di ogni intervista, esordiva sempre con le sue idee di riscatto per il popolo nero ed enumerava tutto quello che un nero americano non era riuscito ad avere nella vita: ‘Tutti hanno una terra per la quale lottare, combattere… tutti. Solo noi, solo i neri d’America non hanno una terra di riferimento’. Purtroppo le sue battaglie non hanno prodotto grandi cambiamenti, ma non mi sento di dire che ha perso”. Il personaggio che avrebbe voluto incontrare senza riuscirci, invece, era “sicuramente Nelson Mandela. Ci siamo rincorsi: una volta non potevo io, una volta non poteva lui. E l’ho perso, come ho mancato l’intervista a Marcello Mastroianni, una persona gentile e ironica”. Nel 1981 ha ricevuto dal presidente Sandro Pertini il Premio Saint Vincent come miglior giornalista televisivo dell’anno. Nel 2003 è stato eletto nell’assemblea della SIAE e ha fatto parte del comitato che ha ideato e realizzato Vivaverdi, la rivista degli autori italiani. Nel 2007 ha ricevuto il Premio Kamera della Berlinale per la carriera, il più prestigioso premio al mondo per documentaristi.
Durante la carriera ha seguito otto mondiali di calcio e sette olimpiadi, oltre a decine di campionati mondiali di pugilato. Ha anche realizzato una Storia del Jazz in quattro puntate e programmi sulla musica popolare centro e sudamericana. Nel 2017, nel suo libro-intervista “Così va il mondo” con Giuseppe De Marzo, Minà ha raccontato cinquant’anni di giornalismo con particolare attenzione ai diritti dei più deboli, e nel 2020 ha pubblicato il libro autobiografico “Storia di un boxeur latino”. Nel 2019 ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Napoli.