
Ci sono cose che facciamo e diciamo il cui potere distruttivo è enorme. In realtà, la nostra intenzione non è tuttavia distruggere. Quando noi riversiamo fuori di noi un istinto distruttivo, in realtà stiamo solo distruggendo noi stessi.
Prima che lo facciano altri. O nel timore che lo facciano altri.
Questa doveva essere una melenzana.
Doveva.
Invece no. Essa è me.
È me quando attendo paziente che arrivi qualcuno che, amandomi senza riserve, noncurante della calura e della fatica, mi curi, saziando la mia fame e togliendomi la sete.
È me quando, terminato il compito dell’innaffiatura o della pulizia dell’erba, resto sola ad attendere che torni ad accarezzarmi la mano amorevole che ha deposto il seme.
È me quando, a mia volta, con le mie foglie rendo nutrimento alla lumachina leggera, e anche quando il serpente mi attraversa, perché demoniache erbe mi hanno invasa.
È me quando era un fiore che ancora doveva sbocciare.
È me quando manca la mamma, e un altro seno fa fluire il latte con cui assicurarmi la sopravvivenza. E mi chiedo “dov’è mamma”? E vengo rassicurata che si, tornerà.
È me quando devo attingere dalla terra tutta la forza. Nessun agente chimico, nessun concime. Dalla mia radice assumo tutta l’energia che mi occorre. Più essa è pura, più cresco rigogliosa e forte.
È me quando mi nascondo tra le foglie, per proteggermi dal sole e dal vento.
È me quando divido il pane con mio fratello, perché non resti indietro.
È me quando la incito a crescere, osservandola per minuti anche molto lunghi e parlando con lei, sapendo che mi sente, vibra al mio passaggio e, per il solo fatto di sentirsi amata, aggiunge polpa al frutto giorno dopo giorno, anche quando viene trascurata.
È me quando sa che si sente trascurata ma non lo è. È solo una creatura libera tra altre creature libere. E deve chiedere a sé stessa e a nessun altra mano la sua felicità. Così che arrivando, io che l’amo possa goderne non come pegno d’amore, ma disinteressato dono.
È me quando richiama la mia attenzione, in agonia.
È me quando si affaccia tra le fronde, spunta rigogliosa dietro la malva, si fa strada e vuole essere notata. E non sa che, pure sepolta tra le erbacce, continuerebbe, poiché splende, ad essere vista.
È me quando si prepara ad essere raccolta. A nessuno è consentito l’atto sacro del suo distacco dalla pianta, se non a chi, unendo ad essa il suo stesso spirito, la onora come parte dell’intero universo.
È me quando muore nella mano sbagliata.
È me quando ringrazia la dedizione generosa di chi ha pulito la terra, scavato il solco, deposto il seme.
È me quando altezzosa pretende la cura e io devo spiegare a lei, come a me stessa, che non avere tempo non è un buon motivo per lasciarla in attesa, perché sei tu che la hai piantata e ora senti il peso della pretesa. Ma prima o poi sarai lì. La certezza elimina ogni attesa.
È me quando, inerme, inneggiando alla sua fierezza, che l’ha fatta sopravvivere al solleone e alla tempesta, si rigonfia e rifiuta, corrugandosi, ogni altra carezza.
È me quando crea la sua grandezza, sapendo che la sua realizzazione, per quanto voglia sopravvivere per sempre attaccata al picciolo della sua solitaria pianta, sarà di essere raccolta da qualcuno che sappia amarla e valorizzarla, perché a nascere e morire così, da soli sulla pianta, non succede niente. Il creato non riluce per la sua sola esistenza. Il creato festeggia quando l’amore trionfa, fosse pure in una parmigiana.
È me quando ti lascia credere che può sopravvivere così, invecchiando su se stessa, senza generare nuovo seme, senza diventare delizia della bocca di chi ti ama.
È me quando protegge se stessa.
È me quando si ritrae, perché teme di essere, di nuovo, abbandonata, incompresa, nella sua luminescenza favolosa e nei suoi perfettissimi difetti, reietta per una più bella, gonfiata di ormoni e di insapore beltà.
È me quando mi vede sorridere e si sente bella.
È me quando, toccandola, mi svela ad uno ad uno i punti della sua maggiore forza. E si rende debole, tra le mie mani, correndo il rischio insano della fiducia.
È me quando, anche quando l’acqua è poca, mi dice grazie per essere passata.
È me quando, se la guardo un poco rattrappita, mi chiede scusa per non essere abbastanza.
È me quando, dissetata e sazia, sta ancora lì ad aspettare qualcosa, ma io ho da fare e mi dico che tutto sommato non può essere il centro della mia esistenza.
È me quando si dispiace di avermi costretta a dire tale ovvietà, che non può essere al centro della mia esistenza. E tace. Perché ignora tante cose, ma sa di essere una melenzana tra tante meravigliose, uniche, libere melenzane.
È me quando il suono del tamburo di Marco, che parte dalla zona del mandorlo, la pompa, come fosse una mano poggiata sul cuore.
È me quando trema, sentendosi fragile, lasciandosi morire in pieno fiore.
È me, quando… quando sin dal pensiero che origina la pulitura della terra, lo scavo del solco, la posa del seme, prima ancora che il seme venga deposto, prima ancora che la terra sia solcata, prima di tutto, esiste già e sa che da qualche parte esiste una mano che la deporrà e la farà nascere.
È me quando dimentica che la mano esiste.
È me quando spera di non dovere dimenticare che esiste una mano.
È me quando si oppone a sbocciare.
È me quando mi chiede di essere paziente e tenace, per vincere, con amore, solo con amore, la sua opposizione.
È me quando sa che la pazienza e la tenacia non saranno in qualsiasi mano.
È me quando, se apparirà, riconoscera la mano di chi la porterà fino in fondo al suo destino.
È me quando il seme era già stato piantato e la radice si era insediata, ma il mondo le gira intorno, e la terra altro non era che un vaso, un punto di passaggio e di travaso per avviare una crescita, il cui destino si compie, di certo meglio, altrove.
È me quando rimpiange il vaso sentendo nuova la terra ed è ancora me quando la mia mano la cura e rende la terra la sua nuova casa. E le dico che ora la sua radice può crescere ovunque.
È me la sua radice.
È me quando si sente una zucchina. O una pesca. O un gracile filo d’erba.
È me quando apprende che la felicità è anche scoprire quante cose si possono fare con la bocca. Bere da una cannuccia, fare le smorfie, baciare.
È me quando vuole convincere altre melenzane che ce la fa da sola e che non ha bisogno né di aria, né di sole, né di radici. E intanto sparge le sue radici, alla ricerca di aria di terra, di sole.
È me ed è ognuno di noi.
E quanti noi, sono sparsi in tutte le melenzane del mondo!
Ognuno con un vaso da dimenticare, una terra da invadere e rallegrare, la paura di chi non ce la fa e la tenacia di chi non lo ammette, ma sa che non è finita.
E allora, Namastè, melenzana adorata, che hai incrociato il mio cammino e sei esistita per il tempo necessario a farmi scoprire chi sono.
Io onoro in te il luogo in cui risiede l’intero universo. Se tu sei in quel luogo in te e io sono in quel luogo in me, siamo una cosa sola.
E grazie, uomo sciamano e meraviglioso che oggi mi mette di fronte alle mie mancanze e alle mie pretese. Perché senza te non avrei visto crescere questa melenzana. E avuto il coraggio di far fiorire questa terra. E me, in un qualsiasi punto dell’universo, radice in cerca della giusta terra, senza suoni o al solo cullarsi di una voce o in un silenzio che comprende tutti i suoni del mondo, insieme a lei.
