
Lacrime disperate, nel giorno più cupo e un abbraccio alla bara che custodisce le spoglie mortali del figlio: Daniela Di Maggio, alla fine dell’omelia dell’arcivescovo Battaglia si è letteralmente accasciata sulla bara bianca, abbracciandola e piangendo a dirotto.
Un’ora di camera ardente, poi la funzione religiosa alle ore 15, celebrata dall’arcivescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia. Lutto cittadino oggi a Napoli per l’ultimo addio a Giò Giò e bandiere a mezz’asta. Sulla bara bianca il corno che suonava il giovane musicista. Folla in piazza del Gesù, dove è installato un maxischermo per seguire la funzione, la diretta tv su Canale 21 e Telecapri. L’omelia del vescovo: “il Bene è superiore al Male e che la parte sana della nostra città è più lunga di quella malata ed è giusto che oggi si faccia vedere”. I commercianti della zona abbasseranno le serrande in segno di cordoglio e vicinanza con la famiglia del musicista assassinato.
L’esordio del vescovo è per la famiglia ai primi banchi della chiesa del Gesù: «Ci stringiamo tutti intorno a Daniela, a Franco e a Lulù. Siamo qui non per pregare per Giò Giò, ma per pregare con lui perché vive». Viene letto un passo del libro dell’Apocalisse (21:2-4) di San Giovanni Apostolo, sulla morte:E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
L’omelia del vescovo di Napoli:
Non vorrei essere qui ad accompagnare l’ennesimo giovane figlio di Napoli ucciso senza alcun motivo da un altro figlio di questa città. Non vorrei essere qui non perché vorrei sottrarmi al dolore immenso di genitori, amici, fratelli, compagni che lo piangono.Ma non vorrei essere qui semplicemente perché avrei voluto parlare con Giovanbattista non di Giovanbattista.Con lui, della sua arte, toccarla con mano, magari ascoltando un concerto della sua orchestra o le sue composizioni.Ma purtroppo nessuno di noi ha il potere di cambiare la realtà, fermando quella mano giovanissima ma già deviata come purtroppo accade con tanti ragazzi di questa città.Questa fine, ci dice il Vangelo, è la sua nascita al Cielo, in una vita “altra”, non sporcata da violenza ed egoismo, immersa nell’Amore. Ed è nell’amore che da oggi in poi possiamo trovare Giovanbattista, nell’amore che ci unisce a lui.Giovanbattista ci invita a non tirare i remi in barca, costruite una società più giusta, più mite, più sicura, dove quello che è accaduto a lui non abbia più a ripetersi.Come è potuto accadere che ad un giovane così pacifico sia accaduto tutto ciò? Io non so perché si muoia in modo così assurdo e senza motivo. Vi dico: impegnatevi, Napoli ha bisogno di giustizia, pace. Ha bisogno di voi. I sogni, i desideri, le speranze di Giò Giò ora camminano sulle vostre gambe.Il pianto dei giovani amici di Giovanbattista e di chi lo ha amato, ci aiutino a pulire i nostri occhi offuscati e vedere che il Bene è superiore al Male e che la parte sana della nostra città è più lunga di quella malata ed è giusto che oggi si faccia vedere. Ancora troppi sono i silenzi che fanno male.Nessun adulto può sentirsi assolto. Sono colpevole anche io, accetta la mia richiesta di perdono amico e fratello mio. Forse avrei dovuto non solo appellarmi ma gridare, affinché i proclami si trasformassero in azioni concrete.Perdona me e la mia Chiesa se quello che facciamo è tanto ma è ancora poco. Perdona la tua città. Perdona, figlio nostro, tutti gli adulti di Napoli che non si rendono conto che tutti i ragazzi sono figli di Napoli e tutti devono prendersene cura.
L’omelia di don Battaglia, è stata spesso interrotta da applausi. Il vescovo, visibilmente commosso, ha continuato a parlare: Quella mano l’abbiamo armata anche noi.Con i nostri ritardi, con le promesse non mantenute, con i proclami, i post, i comunicati a cui non sono seguiti azioni, con la nostra incapacità di comprendere i problemi endemici di questa città abitata anche da adolescenti – poco più che bambini – che camminano armati, come in una città in guerra.Ora occorre trasformare i coltelli in luoghi educativi, le pistole in posti di lavoro, i pugni in mani tese, insulti in melodie e arte e vita.Questo può avvenire grazie all’impegno di ognuno di noi , la fiducia nel Vangelo e in tanti come Giò Giò che hanno seminato bellezza. Se qualcuno un tempo ha detto fuggite, io vi dico restate e operate una rivoluzione di giustizia e onestà.