
“L’altra Pompei, Vite comuni all’ombra del Vesuvio” è la mostra proposta dal Parco Archeologico di Pompei, curata dallo stesso direttore Gabriel Zuchtriegel insieme a Silvia Martina Bertesago, che racconta per una volta Pompei con un occhio diverso. Un occhio che è stato in qualche modo sollecitato dalle nuove scoperte degli scavi di Civita Giuliana, come la cosiddetta stanza degli schiavi, e da tutte le domande che toccar con mano la vita della gente comune che pure abitava a Pompei fanno sorgere. Si dice sia stato l’80 per cento della popolazione a rientrare nelle fasce più basse della città antica, un’idea che sfata il mito della ricchezza e bellezza ovunque.
Trecento reperti, divisi in sette sezioni raccontano la vita degli ultimi dalla nascita fino alla morte indagandone le attività quotidiane: cosa mangiavano, come dormivano, come giocavano, come morivano, che fede avevano, come vestivano? Per rispondere a queste domande la mostra mette assieme per la prima volta gli oggetti significativi e divisi per temi. Una mostra da scoprire e gustare, fatta di luci ed ombre, con un allestimento suggestivo, nero ma non cupo perchè ci avvicina alla quotidianità della vita. Le sezioni sono tutte realizzate con oggetti che o escono dai depositi o sono appena emersi dalla terra pompeiana, in particolare dagli scavi di Civita Giuliana che,va ricordato, nascono per ‘proteggere’ la zona oggetto di attenzione da parte di ‘tombaroli’. Ma non solo anche gli scavi del 2021 con la scoperta della tomba in cui il liberto Marcus Venerius Secundio, il liberto che offriva spettacoli sia in greco che in latino, di cui si espone per la prima volta e in maniera emozionante l’urna cineraria in vetro della sua donna, probabilmente, Novia Amabiles. Solo quattro pezzi, invece, provengono dal MANN, museo che conserva oggetti per lo più dei primi scavi (una maschera, un cippo di schiavo, e due affreschi che appatennero alla casa di Giulia Felice).
Si propone n viaggio tra i cibi: dal pane ai resti di animali, dai tipi di anfore per i tipi di trasporti vini e garum ai quadri di cibi ‘ricchi’ come murene. Un viaggio tra i calchi di corpi a volte utilizzati semplicemente come prova di come vestivano in antico e infatti vengono posti insieme a veri e proprio pezzi di stoffe antiche, e a pitture che dimostrano la differenza tra tuniche e toghe, poveri e ricchi. I calchi di letti che ci fanno capire la differenza di status sociale anche nell’arredare le stanze.
Non manca il viaggio immersivo, tra video e immagini che raccontano storie di persone dell’antica Pompei. Così come va in questa direzione anche una sezione dell’app My Pompeii; è possibile tirare a sorte l’identità di un antico abitante pompeiano, con il quale identificarsi e seguire il percorso di vita nelle varie case del sito archeologico. Un modo per restituire luci e le ombre di Pompei, del mondo dei ricchi e dei poveri.
E le ombre, quelle raccontate nelle installazioni virtuali, non sono le sole protagoniste. Come raccontano le columelle di tombe di bambini o la splendida e suggestiva tomba in vetro di Novia Amabiles ( che, come detto, proviene dalla stessa tomba del liberto inumato Venerius Secundio, scavata nel 2021 a porta Sarno).
“L’altra Pompei di cui si parla è la stessa Pompei che conosciamo, – racconta il direttore Gabriel Zuchtriegel curatore della mostra – ma vista da un’altra angolazione forse un po’ più buia e cupa:sembra parlare di un mondo classico antico che forse non ha molto a che fare con il’immagine di bellezza e libertà, civiltà che abbiamo ereditato dai padri della nostra disciplina che hanno iniziato a studiare Pompei e il mondo antico nel settecento e ottocento. Quando vedrete i ceppi di ferro degli schiavi, le loro stanze anguste, le testimonianze di donne schiavizzate destinate a prostituirsi, anche l’alto tasso di mortalità infantile, che abbiamo cercato di raccontare attaverso un allestimento orginale e suggestivo, credo sia normale farsi qualche domanda su quella ‘nubile semplicità e quiete grandezza’ che secondo Winkelmann, considerato fondatore dell’archeologia classica e studioso di Ercolano e Pompei nel settecento aratterizzavano il mondo antico“.
L’allestimento della mostra, che gioca su neri e arancioni, è dell’architetto Vincenzo de Luce. Un gioco di luci ed ombre che sottolinea quanto sia un racconto terribile ma nello stesso tempo umano, ineluttabile. Ognuno può lasciarsi affascinare e ispirare, magari da uno specchio mal ridotto o da un braccialetto a forma di armilla in metallo povero. L’effetto è sentirsi accolti in un contesto in cui anche l’Anfiteatro che si vede dalle grandi vetrate fa da sfondo.