
Capitolo 1
L’isola che non c’è
Non era ancora arrivato l’inverno quando mi riscoprii ancora in grado di provare emozioni tali da farmi sobbalzare il cuore e le membra: la brughiera, così come definivo la pianura ove vivevo da più di tre anni, mi sembrava di colpo meno odiosa e umida del solito, mi stupivo a svegliarmi allegra pur senza apparenti motivazioni o nell’ammirare la natura tinta dei suoi splendidi colori autunnali, gli scoiattoli, gli uccelli che probabilmente cominciavano a migrare verso altri paesi. Mi era sembrato di vivere in un’enorme bolla di sapone insonorizzata per un periodo lunghissimo, una sorta di letargo dei sensi, delle emozioni forti, insomma un torpore che nulla aveva a che fare con la mia indole vivace, sempre ansiosa d’imparare. Erano trascorsi giorni, mesi e anni che mi apparivano come fotocopie sbiadite di una vita da dimenticare; si susseguivano periodi di calma piatta, di stasi deprimente, di stress ed ansia che si ripercuotevano anche sul mio stato di salute. La verità è una sola: le cose accadono, così, all’improvviso, senza un’apparente motivazione, senza alcun senso: accadono e basta e noi restiamo imbrigliati in un vortice di sensazioni che non possono essere definite chiaramente, in un turbinio di emozioni quasi dimenticate o sepolte nel cassetto della propria anima. Naturalmente se da una parte è giusto vivere appieno un sentimento, un’ amicizia bella, addirittura una storia d’amore, dall’altra, invece, bisogna dar retta anche alla parte razionale di sé.
Le ripercussioni e le conseguenze di una decisione avventata, di una scelta sbagliata potrebbero sconquassare l’equilibrio emotivo, familiare e professionale duramente conquistato negli anni e quindi bisogna procedere con calma e senza fare colpi di testa.
Fatta questa necessaria premessa, ritorno all’autunno insperato che mi aveva colto un po’ alla sprovvista, quasi come se fossi nuda, ingenua e trasognata: oltre al lavoro e alla cura della propria famiglia adesso esistevo anche io, rinasceva il mio amor proprio, ero ancora viva. Un solo essere umano era stato capace, con una semplicità disarmante ed inaspettata, di ridare un senso alla mia vita che non fosse solo il lavoro o la famiglia. Ma era davvero una solida conoscenza su cui basare il proprio percorso, nell’immediato futuro? Mi assalivano momenti di paura e di sconcerto, non potevo permettermi certamente di gettare la mia vita alle spine per quella che poteva rivelarsi un’avventura, un flirt. Ma sapevo che non lo era: quest’essere umano per me era prima di tutto un amico, un confidente, una persona a cui potevo dare il mio aiuto materiale e questo poteva bastare, per il momento, considerata anche la mia atavica propensione ad alleviare le sofferenze e le paturnie altrui.
Il problema era il pensiero costante, come un’ossessione, per questa persona: la voglia di abbracciarla, anche in silenzio, la gioia di sapere che la tal cosa gli fosse andata bene, che la sua vita potesse prendere finalmente la giusta direzione.
Il pensiero di non poterci vedere liberamente, senza pensare al tempo tiranno che scorreva e che ci avrebbe divisi, la smania di parlarsi, di sorridere senza accorgersene, stava prendendo il sopravvento su tutto il resto. Il primo pensiero da sveglia, l’ultimo prima di cadere tra le braccia di Morfeo. Ma non era sempre tutto bello: in alcuni momenti mi saliva una rabbia che a stento riuscivo a frenare per la condizione che vivevamo.
La sua vita era completamente diversa dalla mia, così come il suo modo di pensare, di agire, di reagire agli eventi e alle situazioni. Non era esattamente simile al mio modo di vivere, eppure mi sembrava di essere il suo alter ego e non riuscivo a spiegarmelo. Diametralmente opposti ma così maledettamente simbiotici: lui rideva, io ridevo; lui beveva, io bevevo; lui mi guardava ed io lo sapevo anche senza ricambiare lo sguardo. Il suo sapore, qualsiasi cosa mangiasse o bevesse, mi piaceva, mi rimandava a ricordi lontani, in alcuni momenti mi faceva pensare a mio padre. Ma qualcosa non andava per il verso giusto: tanti aspetti della sua esistenza erano inaccettabili: non aveva un lavoro, non potevamo vivere su due livelli così squilibrati. Allora mi assalivano i dubbi: era l’uomo per me? Quello che mi avrebbe finalmente resa felice? O l’ennesima casa caduta, piatto vacante, direbbe qualcuno? Mi ero ripromessa di non esagerare nel mio fare sempre la crocerossina della situazione e così doveva essere. Era così brutto ed irrispettoso nei suoi confronti mostrargli sempre aiuto e disponibilità, proprio a lui che era sempre dannatamente orgoglioso. Le sue lacrime non mi avrebbero più indotto a dargli immediato aiuto perché in fondo non l’avrei né realmente scosso, né aiutato.
Annalisa Capaldo