
Capitolo nove
Un nuovo inizio
Pensavo fosse amore, invece era un calesse. La mia tutor, direttrice amministrativa con pluriennale esperienza di scuola e di vita, Maria Rosa, una Milanese doc che mi sarei portata nel cuore per sempre, mi aveva guardato negli occhi ed aveva così sentenziato: “ All’inizio tutte le storie d’amore sembrano speciali, uniche, così belle da far mettere in discussione storie consolidate, matrimoni, figli e famiglia. Poi passa “.
Ed in effetti le sue parole ora trovavano pieno riscontro nella reaItà; l’uomo che mi sembrava quello giusto era diventato squallido e aggressivo nelle parole, irascibile, non mostrava interesse al mio stato di salute fisico e mentale, in effetti pareva avvalorare il pensiero di mio marito: da me voleva solo i soldi e il corpo e sarei diventata il suo “ mulo da soma “ o la sua “ bambola gonfiabile “ con l’aggiunta di uno stipendio fisso e dignitoso. Queste erano le sue accuse nei miei confronti: diceva che ero succube di mio marito (proprio io che ero una donna indipendente, anche economicamente, fiera ed istruita in massimo grado), ma la sua o era stupidità o un estremo ed inutile tentativo di non perdere la sua imprevista gallina dalle uova d’oro e neppure brutta a vedersi.
E’ vero, mio marito, aveva sbagliato spesso, per anni, ma mi stava dimostrando che voleva me, senza pretendere che al suo continuo dirmi:ti Amo, gli rispondessi: anch’io. Era disposto a fare il periodo di prova per dimostrarmi di essere cambiato, di volermi accanto a sé per il resto dei suoi giorni. Mi aveva addirittura chiesto di sposarlo in chiesa, proprio lui che non ci aveva mai creduto a queste cose, mi assecondava nell’idea assurda di avere un altro figlio, il terzo, a 43 anni, con l’idea di dover passare un altro anno e mezzo fuori regione. Ora non dovevo sentirmi più sola o costretta a cercare aiuto e dialogo altrove: anche in questo il milanese mi aveva deluso: negli ultimi messaggi che mi aveva inviato, terribili e schifosi, mi aveva ammonito di non cercarlo più solo per sfogarmi riguardo ad eventuali problemi personali o lavorativi. Mi veniva il voltastomaco e questo non faceva che alimentare il mio attaccamento verso mio marito. Quest’ultimo, a differenza dell’altro, aveva un lavoro e non si era mai arreso, non si era rassegnato dinanzi ai problemi veri della vita. Anzi: rimboccandosi le maniche aveva cambiato regione, vita e abitudini, senza far mancare nulla ai propri figli, affrontando sacrifici per molti insormontabili. All’inizio era stato solo, senza automobile e con enormi disagi che solo chi è costretto a vivere da esule può comprendere appieno. Ora eravamo vicini al traguardo: avrei preso finalmente il ruolo e lui stesso poteva progettare il trasferimento al Sud alle stesse condizioni economiche del Nord. Saremmo stati felici. Al mio coniuge sembrava interessare solo che io non lo abbandonassi, continuava a sostenere che insieme avremmo potuto raggiungere qualsiasi obiettivo e volevo crederci anch’io.
I nostri figli ne avrebbero giovato, anche loro avevano risentito del nostro allontanamento, dei dissapori, dell’indifferenza e delle bugie. Inoltre non eravamo i soli ad aver affrontato sacrifici ed ansie negli ultimi anni: da bambini si erano trasformati in ragazzi, adolescenti più maturi e consapevoli della vita.
Insomma aveva ragione la Maria Rosa.
Annalisa Capaldo