
Ho avuto la fortuna di conoscere Federico Sanguineti durante il mio percorso di studi all’Unisa e mi ha lasciato una duplice immensa eredità, imperniata sia sulla sua figura di filologo dantesco che sulla rivoluzionaria ed originale visione delle donne, ingiustamente considerate inferiori dalla storia e dalla storiografia.
Sia Federico che il papà Edoardo rappresentano gli ultimi baluardi di un modo di insegnare ai propri discenti a guardare oltre il consuetudinario e il banale, a dire la verità con semplice e lineare intellettualismo etico.
Entrambi sagittario di dicembre, come me, avevano a cuore l’onestà intellettuale e la cultura nel senso più nobile del termine, ossia il costante sforzo di infuocare gli animi dei propri alunni e lettori, dandogli gli opportuni strumenti per elaborare idee non vincolate dal potere corrente e dalla banalità del male.
Il Sanguineti poeta,, il papà Edoardo, a cui modestamente m’ispiro, è stato critico letterario, saggista, autore di Ideologia e linguaggio, compagno comunista vero, il quale dichiara che “Gramsci è stato l’autore più importante per lui, che le sue idee sono state le stesse dell’autore dei Quaderni”, fortemente influenzato da Gramsci nel suo interesse per la linguistica, per lo sviluppo e la creazione di una “lingua nazionale italiana”: sia Sanguineti che Pasolini convergono nella scelta di Gramsci come punto di riferimento centrale nella loro riflessione critica e nella loro poesia. Edoardo metteva in risalto la sua terminologia storico-politica e le sue parole più sarcastiche e polemiche; così come si parlerà dello ‘scaffale Gramsci’ di casa Sanguineti, una raccolta di volumi di e su Gramsci appartenuta al poeta, di particolare ricchezza e utile a comprendere i peculiari percorsi di lettura e di confronto con il pensiero gramsciano.
Federico, invece, voglio ricordarlo, nel giorno della sua scomparsa, per un libro unico e coraggioso intitolato “Donne di tutto il mondo, unitevi!”, una sorta di saggio-manifesto che ricostruisce la storia della rimozione delle autrici dal canone letterario. In dieci capitoli da leggere tutti d’un fiato, il prof salernitano ripercorre la storiografia della letteratura italiana e alcuni testi esemplari per sfatare una prassi che, per una consapevole operazione ideologica, non solo ha impedito a certe opere di essere considerate degne di studio, ma ha perpetuato il pregiudizio dell’inferiorità intellettuale delle donne, della loro necessaria segregazione. Usa termini geniali, quali «ideologia romantico-borghese», «femminicidio culturale», «crociata contro la donna», «ginocidio» .
A tale «ginocidio» sono sopravvissuti soltanto i fantasmi, le piatte «figure femminili» che come i manichini senz’abiti al cambio di stagione nei grandi magazzini stanno immobili in attesa che qualche commesso macho le vesta dei panni richiesti dalla moda corrente.
Sanguineti ha scritto un saggio che è quasi un manifesto. E non di un partito, ma di un progetto che tutti e tutte, insieme, dovremmo conoscere per smascherare i contemporanei e creare nuove reti, nuove memorie, nuove storie.
Concludo il mio ricordo di Federico con la poesia che più amo del papà Edoardo, dedicata proprio alle donne:
Ballata delle donne
Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.
Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.
Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.
Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.
Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.
Annalisa Capaldo