
Critica Sociale, in primis il condirettore Massimiliano Amato, rivista storica del socialismo italiano fondata da Turati ha dato ampio e meritato spazio ad una minuziosa ricerca storia di Angelo Verrillo, per noi il “comandante”. Se ne parlerà il prossimo 16 aprile alla Biblioteca di Nocera Inferiore. E’ la storia di Emilia Buonacosa (m.m.)
Da ragazzo, a Nocera Inferiore, la Nofi di Domenico
Rea, davanti all’uscio di casa, spesso
vedevo passare una signora che aveva sempre
la testa coperta da un colbacco, oppure da un fazzoletto
annodato sotto al mento, come usavano le donne
in chiesa.
Quella signora, non copriva la testa per un vezzo,
oppure per la moda dell’epoca. Lo faceva perché da
ragazza, a causa di un grave di incidente sul lavoro,
aveva perso una parte del cuoio capelluto e, da allora,
era costretta a portare una parrucca.
Tutti sapevano della sua menomazione ed i ragazzi,
che spesso sanno essere inconsapevolmente cattivi, a
volte la rincorrevano e la dileggiavano canticchiando,
ten a zell, ten a zell. Io non mi univo a quel coro ma,
ciò nonostante, un giorno mio padre, in modo brusco
e perentorio, vide quella scena e mi ordinò di fermare
quei miei coetanei e di informarli che a quella donna
si doveva il massimo rispetto.
Dopo aver assolto al compito affidatomi, mio padre
mi spiegò che quella donna si chiamava Emilia Buonacosa,
che lavorava al Comune di Nocera e che, durante
la sua vita, aveva combattuto e lottato con il
coraggio e la determinazione che a molti uomini erano
mancati.
La ramanzina finì solo quando ebbe aggiunto che,
per le sue battaglie, quella signora, aveva subito già
indicibili sofferenze, motivo per cui non poteva consentire
che vi si aggiungessero anche le ingiurie di
quattro scugnizzi.
Dopo di allora, sentii nuovamente parlare di lei solo
nel 1964. L’anno prima mi ero iscritto alla FGCI e frequentavo,
insieme ad altri ragazzi, la Sezione del PCI.
A pronunciare il suo nome fu Pietro Amendola che era
venuto a Nocera per preparare le elezioni amministrative,
che si sarebbero svolte dopo qualche mese.
Pietro stava informando alcuni compagni dell’incontro
avuto con il Dott. Carlo Greco, allora Commissario
Prefettizio al Comune e, tra le altre cose, disse che quest’ultimo
lo aveva reso partecipe del fatto di aver ricevuto
una lettera del Vice Presidente del Consiglio,
Pietro Nenni, che lo invitava ad avere un occhio di riguardo
per la dipendente comunale Emilia Buonacosa.
Il parlamentare comunista concluse quel discorso affermando affermando di essere particolarmente compiaciuto, sia
della lettera di Nenni, sia del fatto che il Commissario
lo aveva informato di ritenere suo dovere tenerla nella
massima considerazione. All’epoca, non pensavo ancora di poter intervenire
nei discorsi dei compagni più anziani ma, nella mente,
mi frullarono un sacco di domande e mi ritornò alla
memoria quel discorso di mio padre, al quale, qualche
anno prima, non avevo dato eccessiva importanza.
Avevo scoperto che, quella donna, non era una sua
amica, o conoscente, ma un personaggio del quale avevano
grande rispetto e considerazione personaggi quali
Pietro Amendola e persino Pietro Nenni, l’indiscusso
leader del PSI. Negli anni successivi, ho quindi approfondito
la ricerca su questa donna e ho scoperto la storia
straordinaria della sua vita e il suo contributo alla
lotta contro il fascismo per la riconquista della libertà.
Emilia nasce a Pagani il 15 ottobre 1895, da genitori
ignoti. Viene adottata da una famiglia di lavoratori di
Nocera e trascorre in questa città la sua infanzia e la
sua adolescenza, frequentando la scuola fino alla V
elementare. Nel 1911, ad appena 16 anni, entra a lavorare
in fabbrica ed inizia a frequentare il sindacato
e gli ambienti anarchici.
Entra in rapporto con l’anarchico Ernesto Danio,
fondatore della Camera del Lavoro di Pagani e va a
convivere con lui per un paio di anni. In quel periodo,
a seguito di un grave incidente sul lavoro, perse una
parte del cuoio capelluto: poiché lavorava alle MCM,
è verosimile che l’infortunio fu causato dai lunghi capelli
che rimasero impigliati nel telaio al quale stava
lavorando
A 18 anni viene già schedata e segnalata dalla polizia
come “pericolosa sovversiva”. Dopo aver lasciato
il primo lavoro, nel 1921 si trasferisce a Milano
e va a convivere con il tipografo anarchico Federico
Giordano Ustori che, accusato di un attentato
e assolto dopo un anno di carcere, viene a vivere con
lei a Nocera.
Dopo aver ricevuto diverse minacce dai fascisti, i
due ritornano a Milano e nel 1924 si sposano ma, dopo
la promulgazione delle leggi fascistissime del 1925,
decidono di scappare in Francia. A Parigi la loro casa
diventò un punto di riferimento per molti fuorusciti Ustori, che lavora come linotipista con Treves al quotidiano
“La Giustizia”, era frequente definire Stalin
“spietato necroforo della rivoluzione”, colpevole della
persecuzione degli anarchici in URSS.
Quando, nel 1930, Federico Ustori muore, Emilia riceve
diverse testimonianze di solidarietà e vicinanza,
tra le quali quelle di Treves e di Pietro Montanini della
Concentrazione Antifascista, che le promette di riportare
a casa da vincitori Federico, Amendola, Gobetti e
tutti gli operai morti in esilio.
Emilia non si allontana dagli ambienti dei fuoriusciti
e va a lavorare con Ettore Carozzo, editore e emigrato
politico. Tra i luoghi da lei più frequentati c’è un caffè
in Via Diderot dove, nel 1932, incontra il comunista
Pietro Corradi, che le resterà accanto, prendendosene
cura, per molti anni.
Vicina agli ambienti di Giustizia e Libertà, Emilia
frequenta i liberali Bruno Gualandi, Renato Castagnola
ed il medico Temistocle Ricciulli, con i quali
accorre in Spagna allo scoppio della guerra civile. Nel
1937 è a Barcellona con l’anarchico Romano De
Russo che, secondo gli informatori, intende organizzare
un attentato antifascista. In quella esperienza, incontra
Pietro Nenni che, da allora, non cesserà mai di
proteggerla e tutelarla.
Tornata a Parigi nel 1938, si dedica a procurare documenti
per gli esuli in fuga, ben consapevole dei rischi
enormi ai quali si espone. Nel 1940, pochi giorni
dopo che il Duce dichiarò guerra alla Francia, scrisse
ad un’amica: “Quelli considerati i più sinceri fra gli
amici, oggi cercano di pugnalarti alla schiena”.
Quelle parole sembrano una preveggenza: il 9 luglio
di quell’anno, come aveva previsto, un amico la vende
ai tedeschi.
Condotta ad Aquisgrana, il 9 ottobre viene consegnata
ai fascisti e portata a Napoli dove, a novembre,
nega l’attività antifascista, la Spagna e le riunioni di
Giustizia e Libertà. Ammette solo di conoscere il dott.
Ricciulli perché, qualche anno prima, le aveva curato
una polmonite. Ciò nonostante, il 2 dicembre 1940,
viene condannata a cinque anni di confino, senza essere
stata assistita da un legale e senza che l’organo inquirente
fosse riuscito a provare nessuna delle accuse.
Emilia reagisce come ha sempre fatto: ricorre contro
la sentenza “enorme e inumana, emessa senza alcuna
prova, destinandola in luogo dove la famiglia non
potrà farle visita, io non ho commesso nessun atto violento
e non sono capace di commetterlo”. Ovviamente,
il ricorso viene respinto e la Buonacosa giunge a Ventotene
il 13 dicembre 1940.
In quell’isola, trascorrerà il periodo più doloroso ed
eroico della sua vita. A pochi giorni dal suo arrivo,
dopo che un medico attesta che ha bisogno di cure,
avanza la richiesta di un sussidio per il vestiario e di una parrucca perché, al momento dell’arresto, non gli
è stato consentito di prendere il suo corredo, rimasto
nelle valigie in mano ai tedeschi e perché la parrucca
era stata danneggiata in quella circostanza.
Aggiunge poi che, se manca di tutto, è perché il medico
ha ignorato il suo vecchio infortunio e la polizia
l’ha trascinata via senza consentirle di prendere le sue
cose. Il Ministero è costretto a ricercare le valigie del
corredo, perse nel carcere tedesco, ed a farsi carico
delle spese per la parrucca rotta.
Emilia, nonostante le sofferenze, insiste: per la parrucca,
propone di essere condotta a Napoli, e per la
malattia, di essere avvicinata alla casa dei genitori
adottivi. Il medico attesta nuovamente la diagnosi di
“Psicoastenia a sfondo depressivo, che può indurre al
suicidio” e il Prefetto di Littoria autorizza il trasferimento
ma il Ministero lo nega decisamente.
Emilia, nonostante scriva “vivo in penosissime condizioni”,
non si arrende e ritorna a chiedere delle valige
in cui custodiva il suo corredo, costato anni di
fatica e di cui non sa ancora nulla. Infine, quando sembra
deciso il suo viaggio a Napoli, si scopre che manca
la scorta.
Passano otto mesi, con dolori alla testa e col “timore
del ridicolo per le condizioni della parrucca”,
ma finalmente, il 19 agosto 1941, la accompagnano
a Napoli, da dove ritorna con una parrucca nuova e
decorosa.
Emilia, dopo aver richiesto più volte il permesso di
scrivere a Parigi per mantenere contatti con Pietro Corradi,
si vede concedere dal Ministero questa opportunità
solo nei primi mesi del 1943. Nella prima lettera
che scrive al compagno si lamenta con lui che, per aiutarla,
aveva venduto dei mobili, ma il cambio era così
sfavorevole da sconsigliare altre vendite. Meglio conservare
ciò che resta, altrimenti, scontata la pena, “mi
ritroverei senza casa e senza la possibilità di formarmene
un’altra”.
Per alcuni mesi Emilia si vede costretta a bere acqua
di mare bollita e mangiare foglie di fichi d’india cotte.
Le sue condizioni di salute peggiorano, il sistema nervoso,
già indebolito per l’infortunio giovanile, le procura
frequenti vertigini e oscuramenti della vista. Per
poterla curare, il medico prescrive dei farmaci e un
vitto speciale ma il direttore, Marcello Guida, che puntava
a fiaccarne il morale e la resistenza, ritarda la trasmissione
delle richieste al Ministero. Arriva poi il
colpo più doloroso: chiede di poter rivedere la madre,
ormai anziana, ma il Duce in persona comunica a Ventotene
che “la domanda per ottenere una breve licenza
a favore della Buonacosa Emilia non è stata accolta”.
Poi, finalmente, il 26 luglio 1943, a Ventotene arriva
la notizia dell’arresto di Mussolini. Guida si affretta a
togliere dal muro il quadro dalla parete, il distintivo dal petto e diventa molto più ragionevole nei confronti
dei confinati.
Emilia guida una protesta dei confinati: “in nome
delle mutate condizioni politiche chiediamo l’immediata
liberazione”, dice. Quando, il 23 agosto 1943,
riesce a lasciare l’isola pensa di tornare a casa. Invece
si ritrova tra i morti e le macerie di Formia, da dove
viene poi trasferita al campo di Fraschetta d’Alatri,
dove rimane insieme a migliaia di internati, per lo più
donne e bambini.
Per l’ennesima volta, la Buonacosa si mette alla testa
dei confinati, che chiedono a Badoglio l’immediata liberazione.
Purtroppo il Ministro dell’interno, Umberto
Ricci, ex Prefetto di Mussolini, non sapendo cosa fare,
pensa bene di rinviare ogni decisione.
L’ordine di liberare Emilia parte da Roma il 7 settembre,
mentre il Governo prepara la fuga, e giunge al
campo solo il 4 novembre successivo, quando gli
eventi bellici impediscono il suo ritorno a casa.
Finalmente, ritorna a Nocera il 7 agosto del 1944 e
Nenni le scrive promettendole che andrà a farle visita.
Il 4 aprile 1945, quando al Comune di Nocera gli alleati
avevano richiamato Giuseppe Vicidomini per nominarlo
Sindaco Straordinario, Emilia Buonacosa
viene assunta come dipendente comunale.
Nel maggio 1959, quando Emilia chiede la pensione
per invalidità aggravata dalla persecuzione politica,
che una legge prevede di risarcire, le autorità di polizia
rispolverano i vecchi rapporti e la descrivono ancora
come una “sovversiva pericolosa”, quasi a voler intendere
che, tutto sommato, la persecuzione se l’era andata
cercare.
Emilia va a trovare Nenni nel 1964 a Palazzo Chigi,
quando questi riveste la carica di Vice Presidente del
Consiglio. È preoccupata del fatto che il Commissario
Prefettizio abbia deciso di collocare in pensione tutti i
dipendenti che avevano compiuto 65 anni, mentre lei,
che aveva meno venti anni di servizio, ambiva a lavorare
fino ai settanta anni.
Il giorno dopo, Nenni scrive una lettera al Dott.
Greco, nella quale ricordando “gli anni di confino, deportazione
e carcere” della Bellacosa, aggiunge “Credo
comunque che ciò dovrebbe valerle un trattamento di
riguardo”.
Emilia Buonacosa va in pensione il 31 luglio 1966
e, nel 1969 prova, forse, l’ultimo dolore della sua vita:
dopo la Strage di Piazza Fontana, l’arresto di Valpreda
e la morte di Pinelli, scopre che a dirigere quella Questura
c’era Marcello Guida, lo stesso che anni prima
dirigeva e controllava i confinati a Ventotene, quello
che ostacolava tutte le sue rivendicazioni e quello che,
tra l’altro, proponeva di prolungare il trattenimento
sull’isola di Terracini e Camilla Ravera.
Emilia trascorre la sua vecchiaia delusa, ma serena Aveva vissuto una vita di lotte e di sofferenze perché, ogni volta che doveva fare una scelta, finiva sempre per fare la cosa che riteneva più giusta, non quella che più le conveniva.
Faceva così anche nella vita privata e nella selezione
degli amici e dei compagni. Aveva amato e sposato un
anarchico e, rimasta vedova, era diventata la compagna
di un comunista. Non badava alle etichette politiche
e stabiliva rapporti di amicizia e solidarietà con le
persone che riteneva più combattive e coerenti: anarchici
definiti pericolosi, comunisti antistalinisti, socialisti
del calibro di Nenni e Treves ed anche liberali di
Giustizia e Libertà.
In condizioni estreme, Emilia Buonacosa è stata una
antesignana delle lotte per i diritti civili: innanzitutto
il diritto alla libertà, per conquistare la quale lotta per
tutta la vita; il diritto a scrivere al compagno a Parigi,
seppure in stato di costrizione; il diritto a rivedere e
riabbracciare quella madre adottiva che l’aveva accolta
dopo l’abbandono da parte dei genitori naturali.
Tuttavia, è mia convinzione che la lezione più significativa
Emilia l’ha lasciata alle donne. Perché, oltre
che per i diritti civili universali, lei lottò sempre per i
suoi diritti soggettivi di donna: il diritto ad un vestiario
dignitoso, si pensi alle tribolazioni per la restituzione
delle valigie con il corredo e, per finire, il diritto ad ottenere
una parrucca dignitosa e che non la facesse sentire
ridicola. Sarebbe il caso, ricordando il suo esempio, di lottare
per il diritto alla parrucca di tutte le donne che ne sentono
il bisogno. Un’ultima annotazione per ricordare che, negli ultimi anni di vita, Emilia trova conforto nell’amicizia di un giovane avvocato nocerino che le faceva visita ogni mercoledì, insieme alla moglie. Aldo Di Vito seppe stabilire un rapporto così intenso con quella donna, oramai anziana, da essere presente al suo capezzale al momento del trapasso, il 12 dicembre 1976.