
Sta facendo molto discutere la posizione assunta da un giurista e opinionista di primo piano come Sabino Cassese sull’impatto che può avere l’autonomia differenziata delle regioni sull’assetto del nostro Paese. A maggior ragione perché l’ex giudice della Corte costituzionale e già ministro della Funzione pubblica presiede il Comitato che deve individuare i livelli essenziali delle prestazioni che sono al centro del dibattito culturale e della battaglia politica.
L’affermazione dei Lep – i livelli essenziali delle prestazioni, appunto – dovrebbe garantire uguali diritti e stesso trattamento a tutti i cittadini italiani, indipendentemente da dove nascono e dove operano. È a tutti evidente, e a parole sono tutti d’accordo, che questo sia il punto di partenza per qualsiasi ipotesi di rafforzamento delle competenze territoriali per evitare che una riforma consentita dalla Costituzione possa creare più danni che opportunità.
Ora, dice Cassese, fissati i Lep, non c’è alcun motivo di temere una spaccatura del Paese. Anzi, una maggiore autonomia può far bene anche alle regioni meridionali purché si mostrino all’altezza della sfida. Il provvedimento all’esame del Senato può tradursi in beneficio per l’intero Mezzogiorno. Insomma, piuttosto che giocare in difesa vale la pena di passare all’attacco e cercare di segnare qualche gol per giocare il prossimo campionato in una categoria superiore. Ma perché possano essere assicurate medesime prestazioni sull’intero territorio nazionale occorre stanziare una cifra tra i 100 e i 120 miliardi indispensabile a ridurre i divari. Risorse che non si saprebbe da dove attingere e che il disegno di legge in discussione non prende in considerazione. Se senza soldi non si cantano messe, non è nemmeno possibile introdurre l’autonomia.
Questo spiega l’avversione al progetto – promosso dalla Lega e reclamato da Lombardia, Veneto ed EmiliaRomagna – di molti studiosi e amministratori del Sud preoccupati di perdere terreno e risorse nei confronti di un Nord che si candida a diventare sempre più ricco. Sarebbe la fine dell’unità nazionale. Ma l’autonomia non rischia di dividere il Paese perché il Paese è già diviso. La qualità dei servizi erogati varia da regione a regione in maniera anche molto accentuata. Il tema da discutere, allora, potrebbe utilmente riguardare il modo di trasformare questa spinta al cambiamento in un’occasione di crescita collettiva: contrastare le pulsioni egoistiche e favorire le aperture all’inclusione, alla collaborazione, allo scambio virtuoso.