
Se Ruccello è stato il più sintomatico autore del cosiddetto “dopo Eduardo”, sarebbe erroneo leggerlo come un effettivo eversore nei confronti di certi presupposti che hanno connotato la miglior tradizione del teatro napoletano. Al punto che, se si presta attenzione alla controversa e sempre aperta questione del linguaggio, si può osservare che il timbro dialettale, che nel teatro di Eduardo si affievolisce nella successione dei testi, (tanto da coincidere con il parlato della piccola borghesia napoletana del secondo dopoguerra), nel Ruccello delle giovanili “Favole campane” pervade il campo narrativo con una famelica energia, come un ritmo assolutamente ineludibile, che del resto accompagnerà la scrittura anche nei successivi sviluppi della sua drammaturgia, prendendo talvolta l’aspetto di un sottotesto.
Se poi davvero si vuole rinvenire il segno più duraturo e inconfondibile lasciato da Ruccello nella scrittura per il teatro degli ultimi anni del secolo scorso, è sulla duttilità della sua poetica che occorre concentrare l’attenzione. Perché, in definitiva, tanta critica teatrale, per una volta raccolta nel segno positivo dell’unanimità, concordò nel riscontrare in questo autore non ancora trentenne un punto di svolta, un’alternativa non estetizzante, ma anzi ricca di un’identità appunto compiutamente poetica? Forse perché infine la critica teatrale di quegli anni (quando cioè ancora essa operava nella residua fiducia di essere parte di un sistema), ma ormai propensa allo scetticismo per gli esiti più recenti, dove gli autori di volta in volta confermavano la loro subalternità rincorrendo il dilagante minimalismo o il più rassicurante e decrepito tradizionalismo che attanagliava gran parte della regia nostrana, si trovò unanime a scoprire nel ventiquattrenne Annibale Ruccello un’autonomia creativa profonda, sincera, sorprendentemente matura e originale nei suoi intendimenti.
“La sua stessa presenza, come autore e attore en travesti ne “Le cinque rose di Jennifer” in “Notturno di donna con ospiti” e in “Ragazze sole con qualche esperienza” è parte integrante di quella ricerca antropologico-teatrale sui temi dell’identità (culturale e sessuale) messa alla prova in un universo repressivo, contaminato nel linguaggio e nei comportamenti dai modelli di vita borghese… Da “Le cinque rose di Jennifer” a “Ferdinando” passando per i deliri di “Mamma” e “Anna Cappelli”, la drammaturgia di Ruccello indaga, attraverso l’adozione del carattere noir e ritmi da thrilling, sulla scomparsa dei miti/riti collettivi, sulla trasformazione dell’immaginario collettivo. La sua scrittura teatrale, che si avvale del dialetto non come forma di un teatro di tradizione ma come linguaggio di un teatro di sperimentazione, ha segnato tragicamente il confine tra cultura dominante e cultura subalterna”. Altre ragioni per cui ricordarlo sempre, innovatore e conservatore al tempo stesso. Grande, grande, grande.
La scena teatrale subisce una evoluzione, dunque, abbandonando definitivamente un modo di fare teatro “borghese”, legato a stilemi tradizionali, per privilegiare l’uso della parola come vettore d’inquietudine, la funzionalità del corpo dell’attore come “corpus scenico”, la grande comunicazione del linguaggio della gestualità. Si incomincia a scrivere così per i corpi e “sui corpi”. Questo nuovo modo drammaturgico, la famosa “avanguardia teatrale”, rivoluzionò, insieme alla musica, quegli anni fervidi, quasi furiosi e assetati di cambiamento. Ciò preludia agli anni ’80 quando a Napoli si attesta un fenomeno teatrale definito dalla più parte dei critici “Nuova Drammaturgia” o, addirittura, “Dopo Eduardo”, intendendo con esso la generazione successiva ad Eduardo De Filippo che rivoluzionò definitivamente il linguaggio e i contenuti del teatro targato Napoli.
Di esso fenomeno ne fanno parte Enzo Moscato, Annibale Ruccello, Manlio Santanelli. Tre personalità artistiche eccezionali, tre drammaturghi che intraprendono, appunto un cammino nuovo, che racconta non più e non solo ciò che si può “vedere” ma anzitutto ciò che è nascosto, il metaforico mondo sotterraneo dell’individuo, emblematicamente legato ad una città come Napoli che vive anche nella città “di sotto”, nel sommerso più profondo ed ancestrale della sua storia. Un teatro diverso che diventa scuola per tutte le generazioni a venire.