
Uno dei personaggi “sanremesi” che più ha fatto parlare e straparlare di sé è certamente Drusilla Foer.
Chi la ha apprezzata per i messaggi di inclusione e tolleranza espressi con originale incisività e chi, come me, ha sorriso condividendo la sua scelta di aprire agli spettatori il suo armadio. “Dalla mia sarta di Firenze mi sono fatta fare due vestiti, oltre a tre che già ho e che forse sono già stati visti. E’ giusto che la gente veda che le persone si rimettono le cose”, ha detto.
Riutilizzare gli abiti può sembrare un concetto banale, ma provate a fare un esperimento: quanti adolescenti di vostra conoscenza accetterebbero di buon grado?
Eppure, la smania dell’acquisto compulsivo, dell’avere sempre qualcosa di nuovo da mostrare per sè o per i propri figli, allucinati da chissà quale influencer, fa male a se stessi ed anche al pianeta.
Ecco alcuni perché.
- Si tende ad acquistare di più online (dati Istat), non considerando però i costi ambientali del trasporto che aumentano all’aumentare dei chilometri percorsi, nonché quelli di un ciclo produttivo troppo spesso non attento alla qualità delle materie prime e degli impatti ambientali, per non parlare del rispetto dei diritti dei lavoratori.
- Il divario sociale tra chi può acquistare e chi no alimenta forme di discriminazione e, quindi, di “insofferenza” sociale.
- Si acquista di più e si smaltisce altrettanto, ma gli abiti se non avviati a riciclo diventano rifiuti il cui smaltimento, come per la produzione, impatta sulla salute del nostro pianeta (e gira e rigira, sulla nostra!).
Anche per questa categoria di beni, la raccolta differenziata è di grande aiuto: avviare a recupero un chilogrammo di abiti usati contribuisce a risparmiare 3,6 chili di anidride carbonica, 6.000 litri d’acqua, 2 etti di pesticidi e 3 etti di fertilizzanti.
Prima di dover smaltire però, chiediamoci se può essere utile ancora a noi o a qualcun altro.
Riutilizziamo, regaliamo, rivediamo attraverso le numerose piattaforme a disposizione.
Modifichiamo i nostri abiti creandone di nuovi: l’alta moda ne sta facendo un business attraverso l’upcycling, ossia la realizzazione di abiti e accessori partendo dall’esistente, che si tratti di un abito finito, di stock di magazzino, di pezzi vintage o di tessuti e materie prime inutilizzate. A tessere per loro una nuova vita arrivano designer emergenti e non che li ibridano, li mixano, ne ripensano i volumi e le proporzioni, ispirati dalla possibilità di creare pezzi unici e irripetibili e, al tempo stesso, di avviare il proprio percorso creativo verso una strada sempre più sostenibile e rispettosa dell’ambiente e delle persone.
E se proprio occorre acquistare?
Propendiamo verso il commercio locale riducendo i costi ambientali legati al trasporto delle merci, ed assicurandoci anche della qualità del prodotto che stiamo acquistando.
Informiamoci sulle politiche aziendali in materia ambientale dei prodotti, supportando le imprese più attente alla sostenibilità.
La “non” morale di questo appuntamento mi riporta a quando, da Assessore, in una scuola “di periferia” ho raccontato agli studenti che da piccola riutilizzavo gli abiti di mia sorella maggiore, regalavo i miei e che lo faccio tuttora, sia con persone in difficoltà sia con le mie amiche. Che senso ha che un abito aspetti nell’armadio il prossimo evento o gli effetti della dieta? Che senso ha comprare abiti nuovi se i tuoi sono ancora “buoni”? Mi guardavano tra l’incredulo e l’attonito.
Una persona “importante” che fa cose di cui qualcuno si vergogna, o per cui si viene scherniti.
Insegniamo ai nostri ragazzi, e perché no, ad alcuni genitori modaioli etichettatori seriali di qualunque oggetto dei propri figli, che non è l’abito a fare il monaco, ma il monaco certamente può fare sostenibile e migliore il mondo.
Diciamocelo, “Che male c’è, che c’è di male” … ad essere normale!