
Compie oggi 95 anni Benedetto XVI. Lo festeggiamo con parte dell’omelia pronunciata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger per i deputati cattolici del Bundestag, il 26 novembre 1981. Il testo è contenuto nel volume “Liberare la libertà. Fede e politica nel Terzo millennio” .
Quando la fede cristiana, la fede in una speranza superiore dell’uomo, decade, insorge allora di nuovo il mito dello stato divino, perché l’uomo non può rinunciare alla totalità della speranza. Anche se simili promesse si atteggiano a progresso e rivendicano per sé in assoluto il concetto di progresso, esse sono tuttavia storicamente considerate una retrocessione a prima della Novità cristiana, una svolta a rovescio della scala della storia. Ed anche se esse vanno propagandando come proprio scopo la perfetta liberazione dell’uomo, l’eliminazione di qualsiasi dominio sull’uomo, sono tuttavia in contraddizione con la verità dell’uomo e in contraddizione con la sua libertà, perché costringono l’uomo a ciò che può fare egli stesso. Una simile politica che fa del regno di Dio un prodotto della politica e piega la fede sotto il primato universale della politica, è per sua natura politica della schiavitù; è politica mitologica. La fede oppone a questa politica lo sguardo e la misura della ragione cristiana, la quale riconosce ciò che realmente l’uomo è in grado di creare come ordine di libertà e può così trovare un criterio di discrezione, ben sapendo che l’aspettativa superiore dell’uomo sta nelle mani di Dio. Il rifiuto della speranza che è nella fede è, al tempo stesso, un rifiuto al senso di misura della ragione politica. La rinuncia alle speranze mitiche propria della società non tirannica non è rassegnazione, ma lealtà che mantiene l’uomo nella speranza. La speranza mitica del paradiso immanente autarchico può solo condurre l’uomo allo smarrimento: lo smarrimento davanti al fallimento delle sue promesse e davanti al grande vuoto che è in agguato; lo smarrimento angoscioso per la propria potenza e crudeltà.Il primo servizio che la fede fa alla politica è dunque la liberazione dell’uomo dall’irrazionalità dei miti politici, che sono il vero rischio del nostro tempo. Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità. Non è morale il moralismo dell’avventura, che
intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica.